Traduzione dall'inglese,
adattamento grafico e note (ndt) a cura
di Ugo Spezza
Premessa: Il
grande fisico italiano Enrico Fermi durante un congresso nel 1950 al
Los Alamos National Laboratory pose la domanda
"Dove sono Loro?" ai suoi colleghi scienziati.
La domanda si riferiva al fatto che gli sembrava
strano che non ricevessimo alcuna trasmissione extraterrestre dallo
spazio. Se è vero che li fuori ci sono milioni di pianeti simili al
nostro e se almeno una piccola percentuale di essi ha sviluppato vita
intelligente perché non riceviamo nessuna trasmissione radio?
|
Nick
Bostrom
è direttore
del Future
of Humanity
Institute presso l'Università
di Oxford.
La sua ricerca
riguarda questioni
inerenti
i
rischi esistenziali, l'etica nell'evoluzione
post-umana, e
le conseguenze sociali di
eventuali future tecnologie
come la Intelligenza Artificiale
avanzata e la Nanotecnologia.
Ha pubblicato
oltre 100
articoli, tra cui
lavori su riviste
come Nature, Journal of
Philosophy, Ethics, Bioethics,
Mind, Journal of Medical Ethics, and
Astrophysics & Space Science. E 'autore
di una
monografia sul principio Antropico
e co-editore
di due volumi di
prossima pubblicazione (Oxford
University Press). I suoi
scritti sono stati tradotti in
più di 15 lingue.
Bostrom ha un
background nel campo della
fisica e
neuroscienze
computazionali e
filosofia.
Prima di trasferirsi a Oxford,
ha insegnato
filosofia all'Università di
Yale. E 'anche
un ex British
Academy Postdoctoral
Fellow.
Ha lavorato
per breve tempo come un
consulente esperto per la
Commissione europea a Bruxelles
e per conto della CIA
a Washington DC.
Bostrom è un
commentatore
spesso cercato dai media,
con circa 200
interviste per la televisione,
la radio e
carta stampata.
|
Original Title: Where Are They? Why
I hope the search for extraterrestrial life finds nothing
Dove sono Loro?
Perché mi auguro che la ricerca di vita extraterrestre nel cosmo possa non
trovare nulla...
La gente fu molto eccitata nel 2004, quando il Rover Opportunity della
NASA
scoprì una prova che su Marte un tempo poteva esservi stata acqua. Qualora si
trovi dell’acqua, significa che vi può essere stata vita. Dopo più di 40
anni di esplorazione umana, culminata con l'esplorazione di Marte in
corso, gli scienziati sono ancora attivi per la pianificazione delle
missioni di studio di questo pianeta. La Phoenix, una nuova sonda
lunare/planetaria costruita da una agenzia scientifica presso
l'Università di Arizona, è prevista per il lancio a fine maggio su
Marte, atterrerà nel Frigid Artic settentrionale, dove avvierà la
ricerca di terreni e di ghiaccio che potrebbero essere adatti per la
vita microbica. Il prossimo decennio potrebbe vedere in opera una
missione “Mars Sample Return”, che utilizzerà sistemi robotici per
raccogliere campioni di rocce marziane al suolo, e campioni di atmosfera
per poi fare ritorno sulla Terra. Si dovrebbero poi analizzare tali
campioni per vedere se contengono tracce di vita, estinte o ancora
attive.
Tale scoperta sarebbe di enorme importanza scientifica. Che cosa
potrebbe essere più affascinante di scoprire la vita che era evoluta in
piena indipendenza dalla vita qui sulla Terra? Molte persone trovano
anche incoraggiante sapere che non siamo soli in tutto questo vasto,
freddo cosmo.
Ma io spero che le nostre sonde su Marte non possano mai scoprire nulla!
Sarebbe una buona notizia se si trovasse che Marte fosse completamente
sterile: rocce e sabbie senza vita: Questo solleverebbe il mio spirito.
Viceversa, se verranno scoperte tracce di alcune semplici, estinte forma
di vita (alcuni batteri, alcune alghe) sarebbe una cattiva notizia. Se
verranno scoperti fossili di qualcosa di più avanzato, forse qualcosa
che sembrano i resti di un trilobite o addirittura lo scheletro di un
piccolo mammifero, allora la notizia sarebbe da ritenere pessima! Più
complessa è la forma di vita che troviamo, più deprimente la notizia
sarebbe. Essa sarebbe certamente interessante da un punto di vista
scientifico ma allo stesso tempo risulterebbe un cattivo presagio per il
futuro del genere umano.
 |
Questa foto è uno
zoom al microscopio elettronico di una porzione del meteorite
marziano ALH84001, vecchio di circa 13.000 anni, ritrovato in
Antartide nel 1984.
Sembra mostrare
non solo che tale roccia è erosa dallo scorrere dell'acqua ma
addirittura un verme invertebrato fossile che campeggia su di
essa.
Il problema
principale è però nella dimensione: questi "presunti" organismi
misurano solo dai 20 ai 100 nanometri (milionesimi di
millimetro) e non sembrano esserci da noi organismi viventi cosi
piccoli, anche i nostri nanobatteri sono molto più grandi. Altri
ritengono che il fatto che la meteorite abbia stazionato sulla
Terra per migliaia di anni abbia prodotto in essa la
contaminazione di organismi terrestri. |
Come faccio ad arrivare a questa conclusione? Vorrei innanzi tutto
riflettere su un fatto noto. Se lasciamo da parte gli osservatori di
UFO, i cultisti della setta Raeliana e i (presunti) rapiti dagli alieni,
ad oggi, non abbiamo ancora visto alcun segno di civiltà extraterrestre.
Non abbiamo ricevuto alcuna visita dallo spazio, né i nostri
radiotelescopi hanno mai rilevato alcun segnale trasmesso da una
qualsiasi civiltà extraterrestre. L’esperimento SETI (Search for
Extra-Terrestrial Intelligence) è in corso da quasi mezzo secolo,
impiegando i più potenti radiotelescopi e le migliori tecniche di
data-mining; ma finora, ha costantemente confermato l'ipotesi del nulla.
Il cielo notturno è vuoto e silenzioso! La domanda "Dove sono loro?" è
pertinente oggi come lo era quando il fisico Enrico Fermi che la pose
per primo durante un pranzo con alcuni dei suoi colleghi presso il Los
Alamos National Laboratory nel 1950.
Consideriamo un altro fatto: l'universo osservabile ha dimensioni
dell'ordine di 100 miliardi di galassie, e ci sono di 100 miliardi di
stelle nella nostra galassia soltanto. Negli ultimi due decenni, abbiamo
imparato che alcune di queste stelle hanno pianeti che le circondano;
diverse centinaia di tali "esopianeti" sono stati scoperti fino ad oggi.
La maggior parte di questi sono giganteschi, (NDT:
simili al nostro Giove), in quanto è molto difficile individuare
gli esopianeti più piccoli utilizzando gli strumenti attuali. Nella
maggior parte dei casi, i pianeti non possono essere osservati
direttamente. La loro esistenza è deducibile dalle loro influenza
gravitazionale sulla stella genitrice, che oscilla leggermente a causa
della massa del pianeta in orbita, o da lievi fluttuazioni di
luminosità, quando i pianeti vi passano davanti con eclissi parziali.
Abbiamo tutte le ragioni per credere che l'universo osservabile contiene
un gran numero di sistemi solari, tra cui molti con i pianeti che sono
simil-Terra, almeno nel senso di avere masse e temperature simili a
quelle del nostro globo. Sappiamo anche che molti di questi sistemi
solari sono di età anteriore alla nostra.
Da questi due fatti ne consegue che il percorso evolutivo di forme di
vita in grado di colonizzare lo spazio conduce attraverso un "Grande
Filtro", che può essere pensato come una barriera di probabilità
statistica. (Prendo in prestito questo termine da Robin Hanson, un
economista presso la George Mason University.)
Il
Grande Filtro è costituito da una o più transizioni evolutive
fondamentali che devono essere superate da una forma di vita in grado di
raggiungere uno stadio evolutivo che gli consenta di poter esplorare e
colonizzare altri sistemi solari remoti. Dobbiamo notare che pur
partendo da miliardi e miliardi di potenziali punti di germinazione per
la vita, ci ritroviamo con un dato finale di importo pari a zero di
civiltà extraterrestri che possiamo effettivamente (oggi) osservare. Il
Grande filtro deve quindi essere sufficientemente selettivo (che è lo
stesso di dire che i suoi punti critici sono difficilmente
attraversabili) tanto che, anche con molti miliardi di lanci di dadi, si
finisce con ottenere il nulla: nessun extraterrestre, nessuna sonda
spaziale e nessun segnale! O almeno, nessuno che siamo in grado di
individuare con le nostre attuali tecnologie.
Ora, questo Grande Filtro dove si trova? Ci sono due possibilità:
Potrebbe essere dietro di noi, da qualche parte nel nostro lontano
passato. Oppure potrebbe essere avanti di noi, da qualche parte nei
decenni, secoli o millenni a venire nel futuro. Dobbiamo considerare
queste due possibilità.
Se il filtro è nel nostro passato, deve essere estremamente improbabile
la sequenza di eventi per cui un pianeta simile alla Terra possa dare
luogo ad una specie intelligente comparabile nella sua sofisticazione
tecnologica alla nostra civiltà umana contemporanea. Alcune persone
sembrano prendere l'evoluzione della vita intelligente sulla Terra per
scontata: un lungo processo, sì; complicato, certo, ma in ultima
analisi, inevitabile, o quasi.
Ma questo punto di vista
potrebbe anche essere completamente sbagliato. Non vi quasi nessuna
prova a sostegno. La Biologia evolutiva, al momento, non ci permette
ancora di calcolare con precisione il momento esatto dell'emergere di
vita intelligente sulla Terra e la relativa probabilità di questo
evento. Inoltre, se guardiamo indietro alla nostra storia evolutiva,
siamo in grado di identificare un certo numero di transizioni di eventi
che possano essere ricondotti all’azione del Grande filtro.
Ad
esempio, è molto improbabile che anche semplici forme di vita
auto-replicanti possano emergere su un qualsiasi pianeta simil-Terra. I
tentativi di creare la vita in laboratorio miscelando acqua con gas e
scariche elettriche che si pensa possano essere esistiti nella Terra
primordiale non sono riusciti a ottenere molto di più della sintesi di
alcuni semplici amminoacidi (NDT: Bostrom si
riferisce al famoso esperimento di Watson e Crick negli anni ’50).
La “abiogenesi” (nascita spontanea della vita dalla non-vita) non è mai
stata osservata.
La
più antica data relativa al primo microfossile è confermata a circa 3,5
miliardi di anni fa, alcuni pensano che la vita potrebbe essere esistita
anche alcune centinaia di milioni di anni prima, ma, in ogni caso non vi
è alcuna prova effettiva che la vita esistesse prima di 3,8 miliardi di
anni fa. La vita sarebbe potuta tuttavia esistere anche a una data
notevolmente anteriore a quella ma senza lasciare tracce: ci sono
pochissime tracce di rocce tanto antiche e le stesse hanno subito
importanti rimodellamenti ed erosioni negli eoni a venire. Tuttavia,
diverse centinaia di milioni di anni sono trascorsi tra la formazione
della Terra e la comparsa della prima forma di vita.
La prova è quindi coerente con
l'ipotesi che l'emergere della vita sia frutto di una estremamente
improbabile serie di coincidenze, e che ci sono voluti centinaia di
milioni di anni di tentativi per prove ed errori, di molecole di
superficie e strutture che interagiscono in modo casuale, prima di
qualcosa in grado di auto-replicazione sia potuta comparire in modo
fortunoso. Per quanto ne sappiamo, questo primo passo critico potrebbe
essere un Grande Filtro.
In
conclusione, determinare la probabilità di un determinato sviluppo
evolutivo è difficile, dal momento che non siamo in grado di eseguire
nuovamente la storia della vita più volte. Quello che possiamo fare,
però, è tentare di identificare le transizioni evolutive che almeno sono
buone candidate per essere un Grande Filtro (transizioni che sono
entrambi estremamente improbabili e praticamente necessarie per
l'emergere di civiltà intelligenti e tecnologiche).
Un
criterio di selezione è che una di queste transizioni dovrebbe essersi
verificata una sola volta. Il volo, la vista, la fotosintesi, l’imparare
a camminare, sono forme evolutesi più volte qui sulla Terra e sono
pertanto escluse dalla selezione. Un'altra indicazione che un passo
evolutivo è molto improbabile è che ha necessitato di molto tempo a
manifestarsi anche che dopo le premesse per il suo esistere erano state
poste in essere. Un lungo ritardo suggerisce che il numero di
combinazioni a caso in grado di garantire il passo evolutivo doveva
essere stato molto alto prima che uno di essi funzionasse.
Forse le più improbabili
mutazioni si sono dovute verificare una sola volta per un organismo per
ottenere il salto evolutivo oppure mutazioni individualmente deleterie
potrebbero essere divenute migliorative solo quando si verificano
insieme. (L'evoluzione di Homo sapiens dai nostri antenati ominidi
recenti, come Homo erectus, è accaduto piuttosto rapidamente rispetto al
tempo geologico, cosicchè questo tipo di passaggi sarebbe relativamente
un debole candidato per un Grande Filtro.)
L'originale emergere della vita sembra soddisfare questi due criteri.
Per quanto ne sappiamo, è possibile che si sia verificato solo una
volta, e forse ha necessitato di centinaia di milioni di anni per poter
accadere anche dopo che il pianeta si era raffreddato abbastanza per
consentire a una vasta gamma di molecole organiche di essere stabili.
Successivamente la storia evolutiva offre ulteriori possibilità per un
Grande Filtro.
Ad esempio, ci sono voluti circa 1,8
miliardi di anni per i procarioti (la maggior parte del tipico organismo
unicellulare) di evolvere in eucarioti (un più complesso tipo di cellula
con una membrana-nucleo chiusa). Si tratta certamente di un lungo
periodo di tempo che può rendere questa transizione un ottimo candidato.
Altre possibilità sono nell’includere l'emergere di organismi
pluricellulari della riproduzione sessuale.
Se il Grande Filtro è infatti dietro di noi, nel senso che il
realizzarsi di vita intelligente su uno qualsiasi pianeta è estremamente
improbabile, ne consegue che siamo molto probabilmente l'unica civiltà
tecnologicamente avanzata nella nostra galassia, o addirittura in tutto
l'universo osservabile. (L'universo osservabile contiene circa 10^22
stelle)
(NDT:
10.000 miliardi di miliardi di stelle). E l’universo potrebbe
estendersi infinitamente ben al di là della parte che è osservabile da
noi, e può contenere ancora molte stelle. Se è così, allora è
praticamente certo che un numero infinito di specie intelligenti
extraterrestri esistono, non importa quanto improbabile sia la loro
evoluzione in un dato pianeta. Tuttavia, la teoria cosmologica, poichè
implica che l'universo è in espansione, le creature che vivono al di
fuori del universo osservabile sono e resteranno in eterno causalmente
scollegate da noi: esse non potranno mai farci visita, comunicare con
noi, o essere rilevate da noi o dai nostri discendenti.)
L'altra possibilità è che il Grande Filtro è da porre davanti a noi: nel
futuro! Ciò significa che alcune grandi catastrofi impediscono a quasi
tutte le civiltà al nostro attuale stadio di sviluppo tecnologico di
progredire fino al punto in cui esse impegnano le loro tecnologie su
larga scala per una colonizzazione dello spazio.
Ad esempio, potrebbe essere che
ogni civiltà che sviluppi una tecnologia sufficientemente avanzata
scoprirà qualcosa (forse potentissime armi ipertecnologiche) che vanno a
provocare contemporaneamente la sua estinzione.
Vorrei tornare a questo nel seguito, ma prima vorrei dire due parole su
un altra possibilità teorica: gli extraterrestri sono là fuori in
innumerevole quantità, ma restano nascosti dal nostro punto di
osservazione. Penso sinceramente che questo sia improbabile, perché se
gli extraterrestri esistono, in tale numero, almeno una specie avrebbe
già colonizzato la nostra galassia, o anche oltre. Ma finora non abbiamo
rilevato segni di questa colonizzazione.
Vari sistemi sono stati proposti per spiegare come una specie
intelligente possa colonizzare lo spazio. Essi potrebbero inviare
astronavi "presidiate", che stabiliscano colonie ed eseguano
terraformazioni di nuovi pianeti, che iniziano prima con mondi nei
propri sistemi solari per passare poi a stelle e destinazioni più
lontane. Ma molto più probabile, a mio avviso, è una colonizzazione per
mezzo delle cosiddette sonde von Neumann, che prendono nome dallo
scienziato ungherese prodigio John von Neumann, a cui molti matematici e
scienziati attribuiscono il concetto di "costruttore universale",
subordinato o autonomo, relativo a macchine auto-replicanti.
Una
sonda von Neumann si presenta come una sonda spaziale automatica senza
pilota, controllata interamente da una Intelligenza Artificiale e in
grado di eseguire viaggi interstellari. Una di queste sonde può
atterrare su un pianeta (o un asteroide o una luna), dove sfruttando
miniere di materie prime locali sarebbe in grado di ricostruire molte
copie di se stessa, magari utilizzando forme avanzate di nanotecnologia.
In uno scenario proposto da
Frank Tipler nel 1981, le sonde replicate sarebbero poi lanciate in
varie direzioni, in modo da realizzare ondate successive di
colonizzazione. La nostra galassia è estesa per circa 100.000 anni-luce
in tutto. Se una di queste sonde fosse in grado di viaggiare a un decimo
della velocità della luce, ogni pianeta nella galassia potrebbe quindi
essere colonizzata entro un paio di milioni di anni (un po’ di tempo
extra è da considerare per permettere ad ogni sonda che atterra su un
sito di risorse per creare le infrastrutture necessarie a produrre sonde
figlie). Se la velocità del viaggio fosse limitata all’uno per cento
della velocità della luce, la colonizzazione potrebbe richiedere 20
milioni di anni. Il numero esatto, comunque, non importa molto, perché
questi tempi sono in ogni caso molto brevi rispetto a quelli astronomici
nei (NDT: 3.5 miliardi di anni) quali
quelli in cui l'evoluzione della vita intelligente si verifica.
La
costruzione di una sonda von Neumann sembra molto difficile oggi (e
sicuramente lo è), ma non stiamo parlando di qualcosa che dovrebbe
iniziare a lavorare in tempi brevi. Piuttosto, stiamo valutando un
qualcosa che possa essere realizzato con avanzate tecnologie del futuro.
Possiamo costruire sonde von Neumann nei secoli o millenni a venire
(intervalli che comunque sono solo dei “bip” rispetto alla durata di
vita di un pianeta).
Considerando che il viaggio
nello spazio è stato ritenuto fantascienza solo mezzo secolo fa,
dovremmo, a mio avviso, essere estremamente cauti ad annunciare qualcosa
di non tecnologicamente fattibile in futuro a meno essa non entri in
conflitto con alcuni principi della fisica. Le nostre prime (primitive)
sonde spaziali sono già là fuori: Voyager 1, per esempio, è ora
all’esterno del nostro sistema solare.
Anche se una civiltà tecnologicamente avanzata potrebbe diffondersi in
tutta la galassia in un periodo di tempo relativamente breve (e,
successivamente nelle galassie vicine), ci si potrebbe ancora chiedere
se avessero qualche motivo per non farlo. Forse preferirebbero restare a
casa sul loro bel pianeta e vivere in armonia con la natura.
Tuttavia, una serie di
considerazioni rendono questa spiegazione del “grande silenzio” poco
plausibile. In primo luogo, si osserva che la vita, qui sulla Terra,
manifesta una forte tendenza a diffondersi ovunque si può. Essa ha
popolato ogni angolo e pertugio che ha potuto colonizzare: a est, ovest,
nord e sud, terra, acqua e aria; deserto, tropico, ghiaccio artico;
rocce sotterranee, bocche idrotermali, nei residui radioattivi
discariche; ci sono esseri viventi anche all'interno degli organi di
altri esseri viventi!
Questa constatazione empirica è naturalmente del tutto coerente con
quello che uno si aspetterebbe sulla base della teoria evolutiva
elementare. In secondo luogo, se consideriamo la nostra stessa specie,
in particolare, riteniamo che essa si è diffusa in ogni parte del
pianeta, e abbiamo anche stabilito una presenza nello spazio, con la
Stazione Spaziale Internazionale. In terzo luogo, se una civiltà
avanzata ha la tecnologia per andare nello spazio relativamente a buon
mercato, ha un evidente motivo per farlo: vale a dire, che lì potrà
trovare la maggior parte delle risorse utili. Terra, minerali, energia,
acqua: sono tutti là fuori abbondanti e non limitati come accade per il
singolo pianeta.
Queste risorse potrebbero essere
utilizzate a sostegno di una popolazione in crescita e per costruire
templi o giganteschi supercomputer o qualunque struttura di valore per
una civiltà. In quarto luogo, anche se quasi tutte le civiltà avanzate
nell’universo avessero scelto di rimanere in eterno “non espansioniste”,
ciò non fa alcuna differenza fintantoché vi è stata almeno una di esse
avesse scelto di avviare il processo di colonizzazione: essa avrebbe
lanciato sonde, realizzato colonie e discendenti per riempire alla fine
la galassia. Basta un solo fiammifero per accedere un fuoco, e per far
divampare un fuoco di colonizzazione, una sola civiltà espansionistica è
sufficiente a colonizzare l'universo.
Per
tutti questi motivi, sembra improbabile che la nostra galassia sia
brulicante di esseri intelligenti che volontariamente si auto-limitano a
stare a casa loro sui loro pianeti senza comunicare. Ora, è altrimenti
possibile uno scenario alternativo in cui l'universo è brulicante di
ogni tipo di civiltà avanzata ma esse scielgono di tenersi ben nascoste
alla nostra vista. Forse vi è un insieme di civiltà avanzate che
conoscono noi, ma hanno deciso di non contattarci fino a quando non
saremo maturi per essere ammessi nel loro “club” (NDT:
il principio della non-interferenza si ritrova anche nella
fantascienza di Star Trek ove le civilità non in grado tecnologicamente
di superare la velocità della luce non venivano mai contattate).
Forse esse stanno osservando noi
come se fossimo animali in uno zoo. Non vedo come si possa escludere
questa possibilità; ma io la metterei da parte, al fine di concentrarmi
su ciò che a me sembrano le risposte più plausibili alla domanda “Dove
sono loro?” posta da Fermi.
L'ipotesi più sconcertante è che il Grande filtro consista in alcune
tendenze auto-distruttive comuni a quasi tutte le civiltà che abbiano
raggiunto un grado di sviluppo avanzato. Nel corso della storia, grandi
civiltà sulla Terra sono implose (l'impero romano, la civiltà Maya che,
una volta che fiorì in America centrale, e molte altre).
Tuttavia, questo tipo di
collasso di una società che si limita a ritardare l'eventuale emergere
di uno spazio di colonizzazione entro centinaia o poche migliaia di anni
non spiega il motivo per cui nessuna di tali civiltà ci ha mai visitato
da un altro pianeta. Un migliaio di anni, può sembrare un tempo lungo
per un individuo, ma in un contesto astronomico si tratta di uno
starnuto. Ci sono probabilmente dei pianeti che sono miliardi di anni
più vecchi della Terra. Qualsiasi specie intelligente su questi pianeti
avrebbe avuto molto tempo per recuperare i danni da ripetute catastrofi
sociali o ecologiche. E anche se avesse subito un migliaio di ricadute
sarebbe certamente riuscita ad arrivare a farci visita centinaia di
milioni di anni fa.
Il Grande filtro, quindi, dovrebbe essere qualcosa di ben più drammatico
di un collasso socio-economico della società: esso dovrebbe
rappresentarsi come cataclisma globale e terminale, una catastrofe
esistenziale ultima! Un rischio esistenziale è del tipo di quelli che
minacciano di annientare tutta la vita intelligente permanentemente e
ridurre drasticamente il suo potenziale per lo sviluppo futuro. Nel
nostro caso, siamo in grado di identificare una serie di potenziali
rischi esistenziali:
-
Una guerra nucleare combattuta
con le armi delle potenzialità molto superiori a quelle di oggi
(forse derivanti da future corse agli armamenti);
-
Un super-Bug derivante da
tecniche di ingegneria genetica con conseguente disastro ambientale;
-
Guerre o atti di terrorismo
commessi con devastanti armi del futuro;
-
La nascita di una
super-Intelligenza Artificiale con obiettivi distruttivi;
(*)
-
Un impatto di un asteroide di
grandi dimensioni sulla Terra.
(**)
-
Esperimenti di Fisica delle
alte energie in acceleratori di particelle;
(***)
*
Questa ipotesi, relativa alla pericolosità di una Intelligenza
Artificiale Genernale ostile che dovesse venire alla luce in futuro in
modo autonomo è trattata proprio su questo sito in un dettagliato
[ARTICOLO]
***
Anche questa ipotesi è stata
dettagliatamente trattata su questo sito con documentazione sia di testo
che di immagini relative nel corollario in coda a questo specifico [ARTICOLO]
***
Si badi bene che l'ipotesi di Bostrom era antecedente alla realizzazione
del "Large Hidron Collider" presso il Cern di Ginevra che si ritiene
possa mettere in pericolo la nostra esistenza materializzando un buco
nero capace di inghiottire l'intero sistema solare. Qui Bostrom dimostra
ancora una volta il suo acume previsionale.
Questi sono solo alcuni dei rischi esistenziali che sono stati discussi
in letteratura, e considerando che molti di questi sono stati proposti
solo negli ultimi decenni, è plausibile supporre che vi siano ulteriori
rischi esistenziali che non abbiamo ancora pensato.
Lo
studio dei rischi esistenziali è un elemento estremamente importante,
anche se piuttosto trascurato, come campo d'inchiesta in futurologia. Ma
affinchè un rischio esistenziale possa costituire un plausibile Grande
Filtro, deve essere del un tipo che potrebbe distruggere praticamente
qualsiasi forma sufficientemente avanzata di civiltà. Ad esempio, cause
relative a catastrofi naturali come impatti asteroidali e super eruzioni
vulcaniche sono scarsi come candidati per un Grande Filtro, perché anche
se attraverso esse venisse distrutto un numero significativo di civiltà,
ci si aspetterebbe sempre che qualche civiltà possa aver miglior fortuna
e sopravvivere, e quelle civiltà sopravvissute potrebbero quindi andare
a colonizzare l'universo.
E’ probabile dunque che i rischi esistenziali
che risultino in grado di costituire un Grande Filtro siano quelli che
derivano da future innovazioni e scoperte tecnologiche. Non è affatto
inverosimile immaginare la possibilità che una tecnologia innovativa, in
primo luogo, possa essere raggiunta da qualsiasi sufficientemente
avanzata civiltà durante la fase di sviluppo, e in secondo luogo, che
tale scoperta porti quasi universalmente al disastro esistenziale.
Quindi, dove è il Grande Filtro? Dietro di noi nel passato, o davanti a
noi nel futuro?
Se
il Grande Filtro è davanti a noi nel futuro, noi dovremo confrontarci
con esso. Se è vero che quasi tutte le specie intelligenti sono andate
estinte prima di essere arrivate a padroneggiare la tecnologia per la
colonizzazione di massa dello spazio, dobbiamo aspettarci che la stessa
identica cosa accada anche alla nostra specie, dal momento che non
abbiamo alcun motivo di pensare che saremo più fortunati rispetto ad
altre specie.
Se il Grande Filtro è davanti a noi nel futuro, dobbiamo abbandonare
ogni speranza di colonizzare la galassia, e forse dovremmo addirittura
temere che la nostra avventura si concluderà presto (o, in ogni caso,
prematuramente). Pertanto, avremmo una migliore speranza di vita futura
se scoprissimo che il Grande Filtro è dietro di noi nel passato.
Che cosa tutto questo ha a che fare con la ricerca di vita su Marte?
Considerate le implicazioni di scoprire che la vita era già evoluta
indipendentemente su Marte (o qualche altro pianeta nel nostro sistema
solare). Questa scoperta suggerirebbe che l'emergere della vita
nell’universo non è affatto improbabile.
Se è avvenuto indipendentemente
per ben due volte qui a casa nostra, nel limitato spazio del nostro
sistema solare, deve sicuramente essere successo milioni di altre volte
in altri luoghi della galassia. Ciò significa che il Grande filtro è
meno probabile che si sia verificato nel passato, durante i primi
periodi di vita dei pianeti e, come conseguenza per la nostra civiltà,
dovremmo porlo nel futuro.
Se le sonde o le missioni umane nei prossimi anni scopriranno alcune
semplici forme di vita su Marte, nel suo suolo o sotto il ghiaccio
polare, ciò dimostrerebbe che il Grande Filtro deve provenire da qualche
parte dopo tale periodo di evoluzione. Questo sarebbe preoccupante, ma
si potrebbe ancora sperare che il Grande filtro si trovi nel nostro
passato. Se scoprissimo una più avanzata forma di vita, come un qualche
organismo pluricellulare, tale scoperta eliminerebbe dalla sequenza
causale una molto più estesa serie di transizioni evolutive da
considerare come candidate per il Grande filtro.
L'effetto sarebbe
quello di spostare la probabilità più forte contro l'ipotesi che il
Grande Filtro è dietro di noi nel passato. E se scoprissimo dei fossili
di alcune forma di vita complesse, come ad esempio delle creature
vertebrate, ne dovremmo concludere che questa ipotesi che il Grande
Filtro fosse nel passato è quasi del tutto improbabile. Questa, di
conseguenza, sarebbe di gran lunga la peggiore delle notizie che la
razza umana possa aver ricevuto nel corso di tutta la sua storia!
Eppure, la maggior parte delle persone che leggesse della scoperta di
vita su Marte ne sarebbe entusiasta. Essi non comprenderebbero le
implicazioni: se il Grande filtro non è dietro di noi nel passato, è
davanti a noi nel futuro. E’ questa è una prospettiva terrificante!
Quindi questo è il motivo per cui spero che le nostre sonde spaziali
possano scoprire solo rocce morte e sabbie senza vita su Marte, sulla
luna di Giove chiamata Europa, e ovunque il nostro sguardo degli
astronomi e degli esobiologi si poserà. Ciò significherebbe mantenere
viva la speranza di un grande futuro per l'umanità.
Ora, si potrebbe pensare però a una straordinaria coincidenza se la
Terra fosse il solo pianeta nella galassia in cui è si evoluta la vita
intelligente. Se è successo qui, l'unico pianeta che abbiamo potuto
studiare da vicino, sicuramente ci si aspetterebbe che la vita possa
attecchire su una moltitudine di altri pianeti nella galassia (pianeti
che non abbiamo ancora avuto la possibilità di esaminare). Questa
obiezione, tuttavia, poggia su una contraddizione in termini: si
riferisce a ciò che è noto come un "effetto di selezione
dell’osservazione".
Che la vita intelligente risultasse comune o rara, in ogni caso è certo
che ogni osservatore proviene da un luogo dove la vita intelligente ha
dovuto svilupparsi. Poiché solo il successo di questo sviluppo potrebbe
dar luogo all’esistenza di siffatti osservatori che possono porsi
domande circa la loro esistenza e provenienza, sarebbe un errore pensare
che il nostro pianeta sia un campione selezionato casualmente da tutti
gli altri pianeti.
(Sarebbe più vicino alla verità statistica per quanto riguarda il nostro
pianeta considerarlo in un campione casuale di un sottoinsieme di
pianeti che ha fatto sorgere la vita intelligente, essendo questa una
formulazione grezza di una delle idee meno insane derivanti da quella
filosofia denominata "principio antropico").
Poiché questo aspetto potrebbe confondere molti lettori, vale la pena di
ampliare un po’ il discorso su di esso. Prendiamo in considerazione due
diverse ipotesi. La prima afferma che l'evoluzione della vita
intelligente è un processo abbastanza semplice e ridondante che accade
su una parte significativa di tutti i pianeti simili alla Terra dopo un
dato periodo di tempo.
L'altra ipotesi dice invece che l'evoluzione della vita
intelligente è un fatto estremamente improbabile e forse accade solo su
uno di un milione di miliardi di pianeti simili alla Terra. Per valutare
la plausibilità di queste due tesi alla luce della nostra prova, è
necessario porsi alcune questioni: "Cosa queste ipotesi predicono
relativamente a quello che dovremmo poter osservare?"
Se ci pensate, entrambe le ipotesi chiaramente prevedono che si dovrebbe
osservare che una civiltà nasce in luoghi dove la vita intelligente si è
evoluta. Tutti gli osservatori potranno condividere questa osservazione,
sia che essa avvenga su larga che su stretta scala dimensionale.
L'effetto di selezione garantisce che qualunque pianeta che chiamiamo
"nostro" è stato un successo evolutivo. E fintanto che il numero totale
dei pianeti nell'universo è grande abbastanza per compensare la scarsa
probabilità di ogni uno di loro possa dare origine a vita intelligente,
non sarà una sorpresa che alcuni casi di successo vengano rilevati.
Se (come mi auguro è il nostro caso) siamo l'unica specie intelligente
che si sia mai evoluta nella nostra galassia, e forse in tutto
l'universo osservabile, ciò non significa che la nostra sopravvivenza
non sia comunque in pericolo. Nulla di quanto contenuto nel precedente
ragionamento esclude che vi siano fattori tali da ritenere che il Grande
Filtro sia dietro di noi o ci attenda nel futuro. Potrebbe essere
estremamente improbabile sia che vita intelligente dovesse sorgere in un
dato pianeta, e sia che tale vita, una volta sviluppata, divenga
intelligente e abbastanza avanzata da colonizzare lo spazio.
Ma avremmo qualche motivo di speranza che tutte o la maggior parte dei
candidati a Grande filtro è nel nostro passato se Marte venisse trovata
sterile. In tal caso, si potrebbe avere un notevole possibilità di
evoluzione futura per la nostra specie.
In questo scenario, l'intera storia dell'umanità fino ad oggi è una
semplice istantanea rispetto agli eoni che ancora si trovano di fronte a
noi. Tutti i trionfi e le tribolazioni di milioni di persone che hanno
camminato sulla Terra a partire dalla antica civiltà della
Mesopotamia non sarebbero che allo stadio iniziale di un modello di vita
che in realtà non è ancora iniziato. Sicuramente sarebbe una grandiosa
ingenuità pensare che con la trasformazione delle tecnologie già in
vista come genetica, nanotecnologia, e così via (e con migliaia di
millenni ancora davanti a noi in cui applicare queste ed altre
tecnologie ancora non concepite), la natura umana e la condizione umana
rimarranno invariate. Dovremmo invece, se vogliamo sopravvivere e
prosperare, considerare presumibilmente di sviluppare un qualche tipo di
esistenza Post-Umana.
Nulla di tutto quello affermato in questo scritto significa che dobbiamo
abbandonare i nostri piani di esplorazione approfondita di Marte. Se il
pianeta rosso ha mai posseduto vita vegetale, si potrebbe anche trovare
interessante questa notizia. Potrebbe essere un cattivo presagio
rispetto al nostro ragionamento, ma potrebbe dirci qualcosa circa il
nostro posto nell'universo, le nostre prospettive tecnologiche nel
futuro, i rischi esistenziali, e le relative possibilità di
trasformazione umana al contempo. Tutte questioni di notevole
importanza...
Ma in mancanza di tale prova, posso concludere che il silenzio
del cielo notturno è d'oro, e che nella ricerca della vita
extraterrestre, nessuna notizia è una buona notizia.
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Corollario
di Ugo Spezza
Innanzitutto parto con un aggiornamento. L'acqua su marte è stata
trovata definitivamente ed in modo certo dalla sonda Phoenix nella
località al polo nord di Marte chiamata Green Valley che potete vedere
nella foto sottostante:

La scoperta risale ai primi di Agosto 2008, gli strumenti della sonda
hanno prelevato è "assaggiato" acqua allo stato liquido.
Al momento attuale, dice ancora la NASA, non c'è ancora nessuna evidenza
di microorganismi e, anche se alcuni giornali parlano di notizie
insabbiate, non ci resta che crederci...
Tornando all'argomentazione di Bostrom va fatto però notare che l'acqua
da sola non è sufficiente alla vita. Marte ha una temperatura media in
superficie di -60° e le minime toccano i -140° centigradi. Solo in
alcune regioni equatoriali in piena estate ed in punti particolari si è
potuta registrare una temperatura di +10°. Su Marte non vi è
ossigeno in quantità significativa, anzi a dirla tutta, quasi non vi è
atmosfera dato che la densità dell'aria marziana è pari a 1/100 di
quella terrestre ed è composta quasi tutta di anidride carbonica. Tutto
ciò è dovuto alla dimensione del pianeta: 6800 Km di diametro. Come
potete osservare nella foto di sotto è grande meno della metà della
Terra.

Proprio per questo la forza di gravità su marte è 0.37 volte quella
terrestre, quindi un uomo di 70 Kg su Marte ne peserebbe solo 26! Questo
impedisce al pianeta di trattenere una atmosfera di tipo terrestre e,
anche se venisse creata artificialmente, nel corso del tempo
essa evaporerebbe nello spazio.
Quindi non ritengo Marte un serio candidato per ospitare vita e, se mai
ne venisse trovata, sarebbe solo formata di microscopici organismi
estremofili.
Isaac Asimov, come scienziato (perchè oltre ad essere uno scrittore di
fantascienza era anche uno scienziato...) redasse un libro denominato
"Civiltà Extraterrestri" negli anni '90 nel quale dimostra che
statisticamente almeno un pianeta su un milione nella nostra galassia deve avere la
possibilità di creare della vita.
|
 |
Quindi potrebbe essere che l'universo brulica di vita, solo che la quasi
totalità di questa è ad uno stadio non evoluto e quindi non può
comunicare con noi, lo dimostrano anche studi paralleli sulle comete
come quelli eseguiti dallo scienziato indiano di fama internazionale Chandra Wickramasinghe nel suo libro "I draghi dell'universo" del 2002.
Libro
che ho avuto il piacere di leggere e che raccomando a tutti.
Questo
scienziato è il creatore, assieme all'astrofisico Fred Hoyle, del termine
"Panspermia" intendendo che l'Universo pullula di materia organica e che
la stessa è trasportata dalla comete (chiamate Draghi dall'antica
mitologia) le quali vanno ad inseminare i pianeti adatti. Il nostro lo
era ed eccoci qua !
Le teorie esposte in questo libro sono credibili e
confermate dalle osservazioni che la sonda Giotto ha effettuato sulla
cometa di Halley. |
Una ipotesi alternativa:
ma
vi potrebbe essere anche un'altra ipotesi al silenzio del cielo
notturno: stimando che un milione di pianeti nella nostra galassia
potrebbero ospitare vita e che l'uno per mille di loro sviluppi vita intelligente
avremmo comunque 1000 civiltà intelligenti. La nostra galassia
però si estende per 100.000 anni luce e quindi solo le civiltà prossime
ai 200 anni luce più vicine a noi potrebbero comunicare con noi facendo
uso di onde radio in un tempo ragionevole per la nostra scala evolutiva.
Questo restringe il campo di probabilità ad un fattore pari quasi a
Zero. La mia ipotesi, è tuttavia questa:
Chi ci dice che le civiltà avanzate
usino onde radio per comunicare?
Pensiamoci bene; le onde radio sono lentissime! Se avessimo una colonia
umana su Marte solo per comunicare con loro, che si trovano ad un "tiro
si schioppo" astronomico da noi, impiegheremmo ben 20 minuti ed altri 20
per ricevere la risposta, totale 40 minuti. E stiamo parlando del
sistema solare interno!
Se dovessimo inviare un messaggio ad una colonia
su Europa (luna di Giove) impiegheremmo oltre 4 ore e mezza per una
risposta.
Se dovessimo inviare un messaggio ad un pianeta orbitante nel sistema
stellare più vicino (Alpha Centauri) otterremmo risposta dopo 8 anni e
mezzo!
E'
evidente quindi che se una civiltà raggiunge un maggior grado di
sviluppo tecnologico e colonizza lo spazio prossimo al suo sistema
solare ideerà sicuramente, nel contempo, una forma di telecomunicazioni più
efficiente delle nostre antiquate onde radio. Penso, che so', tanto per
buttare giù una teoria, ad interazioni quantistiche di entanglement di
particelle o a segnali nel subspazio o ad altre cose che per noi ora
sono solo fantascienza. Proprio per rendere credibile la famosa serie
fantascientifica Star Trek gli sceneggiatori si sono dovuti confrontare
con questo limite: astronavi che viaggiano ai limiti della galassia non
potevano comunicare con vetuste onde radio, e si sono dovuti inventare i
trasmettitori sub-spaziali.
Per lo stesso motivo è evidente che i nostri segnali radio si sono
distribuiti nell'universo intorno a noi solo per modesti 160 anni luce,
questo perché, ovviamente, emettiamo onde radio nello spazio solo da 80 anni;
prima la nostra civiltà era prevalentemente agricola e non tecnologica.
Rispetto ai 100.000 anni luce
di dimensione della nostra galassia il raggio di sfera di 80 anni luce
di emissione delle onde radio che segnalano la nostra presenza è
pressoché nullo.
Questo significa che le onde radio emesse dalla Terra, dall'inizio della
diffusione di massa della Radio (1930), si sono diffuse sono per 1/1250
(0.0008 %) della lunghezza della nostra galassia (la Via Lattea). Quindi praticamente nessuna civiltà
avrebbe avuto la possibilità di individuarci se basasse la sua
rilevazione sulle onde radio, a meno che essa non alberghi in un sistema
stellare davvero prossimo al nostro, il che è alquanto improbabile...
Se
dunque così è, noi, con i nostri primitivi radiotelescopi saremmo come
degli indiani d'America che mettono vedette ad individuare dei segnali
di fumo dalle cime di montagne lontane per vedere se ci sono altre
civiltà oltre la loro. Il loro etere potrebbe essere stracolmo di onde e
di trasmissioni ma essi non sarebbero in grado di rilevarle per
mancanza dei ricevitori adatti.
Update
(01-2009): Metano su
Marte prodotto da microorganismi...
Neanche a dirlo... le ipotesi di questo sito si sono rivelate azzeccate
ancora una volta, a distanza di soli 3 mesi dal nostro articolo ecco che
la NASA vien fuori con una notizia che fa subito il giro del mondo: nella zona equatoriale di Marte sono state rilevate grosse produzioni di
metano. Il gas rilevato esce dal suolo al ritmo di 0,6 chilogrammi al
secondo. “Abbiamo osservato e mappato diverse zone fra cui una che
rilascia circa 19.000 tonnellate di metano”, ha detto Geronimo Villanueva, coautore della ricerca e facente parte della Catholic
University of America di Washington.
“E i getti vengono emessi durante
le stagioni più calde, primavera ed estate, quando lo strato di ghiaccio
si fessura liberando il gas”. La presenza di metano su Marte era già nota dal
2004 ma allora non era stata accertata in quale quantità si producesse.
Va
tenuto in dovuto conto che nell'atmosfera terrestre oltre il 90% del
metano esistente è prodotto dalla decomposizione di microorganismi;
su Marte acqua, vapore e metano si presentano assieme nelle stesse zone. I dati raccolti
da uno strumento italiano (il Planetary Fourier Spectrometer - PFS)
imbarcato sulla sonda europea Mars Express, dimostrano che questi
composti arrivano da una sorgente comune. Il calore delle profondità
marziane potrebbe far salire verso la superficie l'acqua allo stato
liquido che si trova a circa 200-400 metri: un fenomeno simile a quello
delle sorgenti idrotermali terrestri, ma con una importante differenza.
La temperatura fredda della superficie marziana fa sì che l'acqua
ghiacci a pochi metri al di sotto della superficie, formando la
cosiddetta "tavola ghiacciata".
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Il vapore e il metano potrebbero quindi derivare dall'attività di
batteri che vivono al di sotto della tavola ghiacciata. "Sicuramente i
dati indicano che vapore acqueo e metano provengono da una sorgente
comune", ha osservato Vittorio Formisano, coordinatore del gruppo
dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Roma che ha progettato
lo spettrometro. La prova tuttavia non è definitiva in quanto tale
metano potrebbe essere prodotto anche da fenomeni geologici.
Va
considerato però che il metano su Marte viene rapidamente distrutto dalle
radiazioni solari (l'atmosfera marziana è molto rarefatta) e quindi, per
essere presente in tali quantità, vuol dire che si riforma
continuamente. Questo aspetto fa propendere molto la probabilità
statistica più verso l'ipotesi biologica che su quella
geologica anche perché in effetti Marte (è questo è accertato) non ha
alcun vulcano attivo e non sembra quindi essere un pianeta molto
attivo geologicamente.

