di Ugo Spezza
“Una
assunzione comune nella filosofia della mente è quella della
indipendenza del substrato fisico. Ossia l'idea è che gli stati mentali
possano esistere indipendentemente dal substrato fisico materiale che li
genera. Un sistema che implementi il giusto tipo di calcolo delle
strutture e dei processi, può essere associato a produrre esperienze
coscienti. Non deve essere considerata una proprietà essenziale della
coscienza il fatto di dipendere da un organismo biologico in base
carbonio con miliardi di sinapsi all'interno di un cranio: un nucleo
basato su processori di silicio all'interno di un computer potrebbe, in
linea di principio, replicare la stessa funzione.”
La frase che avete appena letto è del
famoso scienziato e filosofo Nick Bostrom,
professore e direttore del Future o Umanity
Institute dell’Università di Oxford. Tale
frase è contenuta nell’altrettanto famoso scritto “Are
you living in a Computer
Simulation?” che affronta in modo
rigorosamente scientifico (per quelle che sono le conoscenze attuali) la
possibilità che dei computer possano emulare la mente umana o
addirittura una moltitudine di menti umane ricreando una società
virtuale perfettamente integrata, operante e indipendente.
Sull’argomento sono stati prodotti anche film di fantascienza di
successo come “Il Tredicesimo piano”, ispirato ad uno splendido racconto
di Daniel F. Galouye, “Terminator” di James
Cameron e per finire, “Matrix”, scritto dai fratelli
Wachowsky.
Ma torniamo al discorso di
Bostrom; è davvero possibile che esista una
“indipendenza funzionale” tra la parte materiale (l’organo cervello) che
produce il fenomeno chiamato “mente” e la mente stessa? O forse la mente
è un organo trans-materiale dissociato completamente dal mondo fisico?
Su questo argomento i maggiori filosofi mondiali, esperti in quella
branca definita “Filosofia della mente”, dibattono aspramente da
decenni. Lo scopo di questo scritto è divulgare ed illustrare, quali
sono le maggiori teorie prodotte sul funzionamento della mente umana.
Si deve altresì notare che una teoria
come quella del Mind Uploading
(riversamento dei contenuti di una mente umana in un elaboratore
elettronico), punto forte della filosofia
transumanista, verrebbe totalmente invalidata nei suoi fondamenti
se un giorno si scoprisse che la mente è un prodotto “etereo”, non
dipendente dal substrato fisico materiale che la genera oppure se essa
necessita forzatamente di un substrato fisico di tipo organico (un
cervello biologico) per poter funzionare. Ne segue che la comprensione
dei processi insiti nella formazione del pensiero, della coscienza e
dell’Io sono di fondamentale importanza.
Nonostante ciò, questi argomenti,
nella relativa bibliografia e nei forum di discussione, sono solo
vagamente accennati o addirittura misconosciuti. Quasi sempre si da per
scontato che il Mind Uploading debba poter
essere realizzabile. Questo però, come vedremo nel seguito, diviene uno
sterile “atto di fede” se non sarà altrimenti ratificato da una solida
teoria scientifica che spieghi come funziona la mente.
Teoria n. 1: Il dualismo mente-corpo
Questa teoria, enunciata da
Renè Descartes, prende vita nel 1645 nei
“Principia philosophiae”. Descartes ritenne
in questa sua opera che la materia in quanto tale fosse differenziata in
modo sostanziale dalla mente. A tale scopo formulò la dizione
Res-Extensa per descrivere il
dominio del mondo materiale dotato delle qualità di estensione,
limitazione fisica e non-consapevolezza. Con
Res-Cogitans egli descrisse invece il dominio dei
fenomeni mentali; questi ultimi dotati delle qualità di
inestensione, libertà e consapevolezza. I
due domini non possono interagire causalmente tra loro. Il dominio
Res-Cogitans è esclusivamente umano, gli
animali non ne fanno parte; tant’è che quando la filosofia cartesiana
divulgò la scienza medica potè iniziare la
vivisezione degli animali (prima vietata), la quale fu purtroppo operata
anche con metodi cruenti.
La differenziazione netta tra il
mondo materiale e quello mentale, secondo Descartes, discende dal fatto
che si può dare la descrizione di un fenomeno fisico usando concetti calcolabili tramite le teorie della meccanica classica come
quelli di “forza” e “movimento”. Al contrario per i fenomeni mentali non
esistono spiegazioni che possano relazionarli alla meccanica, quindi
essi sarebbero da ricondurre a fenomeni di tipo “etereo”, disgiunti dal
mondo fisico.
Questa teoria trovò grande sostegno dai
religiosi poiché con essa si poteva spiegare l’esistenza dell’anima,
vista come una mente disgiunta dal corpo. Per
essi non solo l’anima è disgiunta dal corpo fisico ma è anche immortale,
nel senso che anche se il corpo muore essa può continuare a vivere.
La mente è dunque eterna; da qui
discende la venerazione che i religiosi hanno dei defunti e che può
proseguire per decenni dopo la loro morte fisica. Da qui discende, nel
caso dei cattolici, la loro stupefacente illogica radicalità e
intransigenza nel sostenere la non distaccabilità
dei sistemi di nutrimento artificiale nei pazienti in coma da anni,
anche quando tali pazienti hanno il cervello danneggiato in modo
irreversibile e anche quando la scienza medica dimostri che il loro
corpo non è ormai più che un involucro vuoto.
Un importante vulnus nella teoria del
Dualismo mente-corpo sta nel fatto che essa non spiega come una entità
immateriale possa influenzare ed essere influenzata da una entità
materiale, in altre parole quale è il punto di contatto tra i due domini
Res-Extensa e
Res-Cogitans. Descartes enunciò, in modo ingenuo, che tale
contatto avvenisse a livello della ghiandola pineale: come se questa non
fosse anch’essa un oggetto fisico!
Una interpretazione più credibile e
più recente la si ritrova negli scritti del neurofisiologo John
Eccles, premio Nobel per la medicina nel
1963, acceso sostenitore del Dualismo. Egli afferma che facoltà come la
“coscienza di sé” non possono trovare spiegazione come semplice
interazione tra neuroni in una corteccia cerebrale. In conseguenza di
ciò ipotizza l’esistenza di una “mente autocosciente”: entità in grado
di influire sui diversi blocchi funzionali formati dai neuroni, e nello
stesso tempo di subire l’influenza dell’attività di questi.
La “mente
autocosciente” sarebbe costantemente impegnata nella lettura selettiva
di ciò che avviene nei diversi centri cerebrali selezionando questi
centri in base alla propria attenzione e ai propri interessi e
integrando tale selezione per realizzare istante per istante l’unità
dell’esperienza cosciente. La coscienza non deriverebbe dunque da una
sintesi finale operata a livello di interazione tra neuroni ma dalla
attività selettiva della “mente autocosciente”. Resta però il problema:
ammettendo pure che questa “mente autocosciente” sia dissociata dal
mondo fisico, come fa ad interagire con esso?
Secondo Eccles,
le influenze della mente autocosciente sui centri cerebrali sarebbero di
entità estremamente debole, tanto da non poter essere rivelate mediante
gli strumenti diagnostica attuali. Tali influenze agirebbero attraverso
parti submicroscopiche costituenti i neuroni nelle quali si
verificherebbero fenomeni quantistici in grado di mettere in
comunicazione i due domini, quello materiale e quello immateriale.
Eccles però non fornisce nessuna spiegazione
relativamente a questi “fenomeni” riparandosi dietro il paravento
secondo il quale i fenomeni della meccanica quantistica sono difficili
da indagare.
Un altro pesante vulnus nella teoria
del Dualismo mente-corpo riguarda l’interazione tra il dominio
immateriale e quello materiale. Al momento esatto in cui una interazione
tra il mondo spirituale e quello fisico dovesse occorrere questo evento
invaliderebbe il primo principio della termodinamica, conosciuto anche
come principio della conservazione dell’energia, della massa e della
quantità di moto. Tale principio afferma infatti che il mondo fisico è
un sistema “chiuso” e nessun evento fisico può accadere se non è
provocato da qualcosa che appartiene al mondo fisico medesimo.
Teoria n. 2: Il comportamentismo
logico
Questa teoria è prettamente
materialistica, nonché abbastanza radicale. Il comportamentismo logico
afferma che tutti quanti noi siamo sostanzialmente degli automi i quali,
ricevendo degli stimoli in entrata (input) dal mondo esterno, emettono
delle risposte comportamentali in uscita (output). Tale teoria non solo
non da nessuna spiegazione degli stati mentali intrinseci ma ritiene che
lo studio sugli stessi debba essere ritenuto irrilevante.
Ciò che conta
è solo eseguire una seria catalogazione e classificazione dei
comportamenti che intercorrono a seguito di determinati stimoli. Da qui
la loro definizione di Black Box (scatola nera)
per la mente: gli stati mentali, come le sensazioni o le emozioni, non
rientrano nel campo della scienza perché non controllabili
sperimentalmente e non osservabili direttamente, quindi non ha alcun
senso scomodare la scienza per indagare su di essi.
Secondo questo punto di vista le
descrizioni degli stati mentali, come “ho male ad una gamba”, non sono
che disposizioni a comportarsi in un certo modo. Ad esempio, se sento
dolore è perché mi sto comportando o sto per comportarmi in un certo
modo (mi agito, mi lamento, zoppico…). Il fatto che ci si stia
comportando in modo “volontario” (ad esempio, "ho sete, quindi prendo
dell’acqua"), o “involontario” (ad esempio, l’aumento del battito
cardiaco quando si avverte un pericolo o si ha paura) è irrilevante,
giacché la volontarietà secondo il comportamentista logico non esiste.
Ciò che si definisce “volontario” è solamente la registrazione di uno
stimolo (che può essere sia ambientale che fisiologico) e la
disposizione ad agire in un certo modo a seconda dello stimolo
registrato. Il più importante esponente del comportamentismo logico,
Gilbert Ryle (1900-1976), afferma che:
"la
mente non è un’arena interiore, un teatro in cui vengono proiettati
tutti gli input sensoriali e percettivi, così come voleva Descartes,
piuttosto la mente è ciò che il corpo fa, l’atto esterno come risposta o
disposizione a rispondere ad uno stimolo specifico. "
La psicologia, secondo il
comportamentista, non dovrebbe perdere tempo ad esaminare gli
irrilevanti stati mentali dell’individuo ma solo le relazioni
stimolo-risposta ed il relativo comportamento che esse provocano,
esaminando e catalogando anche le relative “risposte condizionate”, del
tipo di quelle che si ritrovano nell’esperimento del cane di
Pavlov.
Purtroppo per i comportamentisti la
psicologia sembra essere andata nella direzione esattamente opposta a
quella da loro suggerita: i malati mentali non si riescono a curare
studiando il loro comportamento esteriore ma solo analizzando a fondo i
loro stati mentali interni e le interrelazioni tra essi.
Un vulnus in questa teoria sta nel
fatto che in realtà esistono degli stati mentali non direttamente
catalogabili come semplice reazione stimolo-risposta. Si pensi ad
esempio a quattro soldati che devono essere sottoposti all’esperimento
di un nuovo gas, non mortale, ma che provoca un dolore intenso. Uno di
essi è però un berretto verde, addestrato da anni a sopportare il dolore
senza mostrare alcun comportamento esteriore. Ragionando del punto di
vista del comportamentista logico, rilevata la mancata risposta allo
stimolo del gas, che su questo individuo non avrebbe (apparentemente)
alcun effetto, esso inviterebbe i biochimici a trovare una causa
biologica per spiegare la sua immunità. E’ chiaro quindi che una simile
teoria la quale, tra l’altro, nega anche la fondamentale facoltà umana
del “libero arbitrio”, non può essere esaustiva per la spiegazione del
funzionamento della mente.
Teoria n. 3: Teoria dell’identità
Questa teoria, conosciuta anche come
“fisicalismo”, si sviluppò verso la fine degli anni ‘50 e deriva dagli
studi dei due psicologi e filosofi Ullin
Place e John J. C. Smart. In risposta alle
evidenti limitazioni della teoria del comportamentismo logico essi
realizzarono una nuova concezione della mente prendendo spunto dai
progressi nelle neuroscienze.
La Teoria
dell'identità postula che gli stati mentali sono identici a stati
neurofisiologici. Essendo dunque che gli stati mentali sono prodotti da
corrispondenti stati neurofisiologici essi hanno derivazione diretta dal
mondo fisico.
Questa teoria materialistica della mente non solo fornisce
una congrua spiegazione alternativa alla ipotesi metafisica del Dualismo
ma va anche a colmare il vulnus della teoria comportamentista in quanto
può consentire l'esistenza di stati mentali interni che sono cause del
comportamento. In effetti la negazione, eseguita dal comportamentismo
logico, dell'esistenza degli stati mentali è in realtà poco credibile in
quanto si scontra con l'esperienza che tutti hanno della propria vita
interiore.
Rispetto al comportamentismo i
teorici dell'identità non ritengono più che l'ammettere stati interni
costituisca una minaccia per un'ontologia materialistica, a condizione
che tali stati siano puramente fisici, derivanti cioè da fenomeni
neurofisiologici, indagabili direttamente con opportuni metodi
diagnostici. Si badi bene che l’ipotesi messa avanti dalla Teoria
dell’identità è di tipo empirico, quindi l’unica autorità che possa
legittimamente dimostrarne la verità o la falsità è la scienza.
Ciò
assurge ad una tipologia di materialismo che si astiene dal pronunciarsi
sulla natura della realtà ma si caratterizza per ritenere che reale è
tutto ciò di cui la scienza ammette o ammetterà l'esistenza. Smart
afferma su questo punto:
“Se sosteniamo che le sensazioni, per esempio,
abbiano caratteristiche mentali non riducibili a quelle fisiche,
dovremmo anche ammettere l'esistenza di entità che non trovano posto in
una spiegazione scientifica del mondo”.
Dopo sessanta anni questa teoria non
solo sembra ancora solida ma trova sempre più conferme dalla evoluzione
dei mezzi diagnostici. La recente fMRI
(Risonanza Magnetica Funzionale Neuronale) ne è un esempio concreto e
tangibile. Questa tecnica è in grado di visualizzare la risposta
emodinamica (cambiamenti nel contenuto di ossigeno del parenchima e dei
capillari) correlata all'attività neuronale del cervello o del midollo
spinale.
Il signore qui sotto nella foto di
sinistra sta leggendo un testo, nella foto di centro sta effettuando dei
calcoli aritmetici mentre nella foto a destra sta sorseggiando una
bevanda al cioccolato. Le zone in giallo-arancione evidenziano la parti
del cervello che si attivano a seguito dello stimolo esterno e della
corrispondente attività mentale.

Una recente ricerca effettuata in
California (USA), e pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature
rende noto che una speciale una macchina fMRI,
guidata da un sistema computerizzato, è capace di azzeccare, scandendo
nell’attività cerebrale, le immagini che un individuo sta guardando con
una accuratezza del 90%. Dapprima lo scanner registra l’attività del
cervello mentre un individuo osserva centinaia di foto a colori e in
bianco e nero rappresentanti svariate immagini, poi esamina l’attività
cerebrale, e senza sapere cosa la persona stia effettivamente guardando,
il computer cercherà di individuare quale immagine vede il soggetto
basandosi sui soli referti della fMRI. Su un
totale di 120 immagini, la predizione è stata giusta nove volte su
dieci, quindi non si può parlare di coincidenze!
La Teoria
dell'identità esiste in due versioni: il “Fisicalismo delle occorrenze”
e il “Fisicalismo dei tipi”. La prima è relativa ai particolari mentali:
“Giovanni ha un dolore oppure Pietro ha paura degli animali”, la seconda
si riferisce invece a categorie universali: “Avere un dolore oppure avere paura
degli animali”.
Il Fisicalismo delle occorrenze
sostiene solo che “tutti particolari mentali che esistono sono di
derivazione neurofisiologica”. Al contrario il Il
Fisicalismo dei tipi amplia questo concetto affermando che “sono di
natura neurofisiologica tutti i particolari mentali che potrebbero avere
esistenza”. Attenzione! La distinzione è molto sottile, però è
sostanziale. La Teoria
dell’identità non presenta alcun particolare vulnus ma nella versione
“Fisicalismo dei tipi” ha una peculiare controindicazione: essa spiega e
si riferisce esclusivamente al rapporto tra mente e cervello organico;
non da quindi nessuna indicazione sulla possibilità di realizzare una
“mente artificiale” da un elaboratore elettronico e su eventuali principi di funzionamento di
quest’ultima.
Si badi bene che una conseguenza
diretta della Teoria dell’identità è che una volta che il nostro
cervello avesse cessato di funzionare anche tutti i relativi stati
mentali cesserebbero. In altre parole, la morte cerebrale porta la morte
reale, definitiva e irreversibile dell’individuo e del suo “Io”, anche se il resto del
suo corpo funziona perfettamente ed è tenuto in vita da macchinari
medici.
Teoria n. 4: Funzionalismo
Questa teoria fu enunciata per la
prima volta da Hilary Putnam negli anni '50
ma il vero sviluppo della stessa fu realizzato da Jerry
Fodor tra gli anni '60 e ‘80.
Il Funzionalismo postula che i
processi e gli stati mentali siano indipendenti dal loro supporto
materiale; essi sono invece identificati dal loro ruolo causale.
Proprio come accade per i computer, nei quali uno stesso software può
essere fatto funzionare da hardware molto diversificati.
Il Funzionalismo non nega
la Teoria dell’identità (ogni stato mentale è uguale ad
uno stato neurofisiologico del cervello) ma nega che questa identità sia
di principio. Per questo motivo un processo cognitivo non è tutt’uno col
processo neurofisiologico che lo realizza nel cervello umano ma viene
identificato ad un livello di astrazione più elevato: dal tipo di dati
che elabora, dalla successione dei passi di elaborazione ecc. ed è
quindi eseguibile (in linea di principio) anche da una macchina.
Una critica che
Fodor pone alla Teoria dell'identità (nella versione “Fisicalismo
dei tipi”) è proprio quella secondo cui l'associare ogni evento mentale
ad un evento neurofisiologico pone delle limitazioni, quindi afferma:
“Perché il
filosofo dovrebbe escludere la possibilità che un marziano, dotato di un
cervello di silicio, possa provare dolore, nel caso in cui il silicio di
cui è costituito sia organizzato opportunamente?”
E continua:
“Perché si dovrebbe escludere la possibilità che macchine abbiano stati
mentali e credenze, se opportunamente programmate?”
Gli stati mentali, nel Funzionalismo,
sono dunque definiti in termini di funzione, ossia “in termini di
relazioni causali con gli stimoli esterni, gli altri stati mentali e il
comportamento esterno”.
Il Funzionalismo afferma dunque che
sembra improbabile che uno stato mentale si identifichi con un unico
stato neurofisiologico. I teorici dell'Identità controbattono a questa
osservazione affermando che “ogni occorrenza di uno stato mentale è
identica ad una occorrenza di un evento neurofisiologico
corrispondente”; in questo caso però sorgerebbe un altro problema,
quello di spiegare in che modo stati fisici diversi possano
corrispondere allo stesso stato mentale. Il funzionalismo può ovviare a
questo problema in quanto postula che due diversi stati neurofisiologici
saranno occorrenze di uno stesso stato mentale se intratterranno le
medesime relazioni causali con stimoli esterni ricevuti dall'organismo,
altri suoi stati mentali e il comportamento esteriore in reazione a
quegli stimoli.
La teoria funzionalista ha riscosso
molto successo, soprattutto tra i sostenitori dell'Intelligenza
Artificale (I.A.)
i quali disponevano finalmente una base teorica alla loro ricerca.
Seguendo l’ipotesi funzionalista non solo sarebbe possibile realizzare
macchine ad I.A. debole come quelle attuali
ma addirittura delle I.A. di tipo “forte”,
ossia dei veri computer pensanti e dotati di coscienza di sé. Nick
Bostrom, nel suo corsivo in apertura, si
riferiva proprio all’ipotesi funzionalista. Queste macchine ad
I.A. “forte” sarebbero in grado di superare
il "Test di Turing" e quindi di dialogare alla
pari con un essere umano, proporre idee, nuove invenzioni e far
progredire in modo esponenziale il progresso tecnologico.
Purtroppo per il Funzionalismo 50
anni di insuccessi nel campo della Intelligenza artificiale stanno a
significare che non è andata proprio così: i computer (attuali) non
pensano, e non solo non pensano ma c’è che dice che non potranno mai
farlo eseguendo codice di programmi software. John
Searle nel suo famoso scritto “La mente è un programma?”,
divulgato nel marzo 1990, ideò l’analogia della “Stanza cinese”
proponendo che una macchina che opera su simboli formali (il linguaggio
macchina di un software) non potrà mai arrivare a pensare:
“Un essere umano viene posto in una
stanza; esso non conosce il cinese ma solo l’inglese, e segue istruzioni
date in un manuale scritto in inglese per manipolare simboli cinesi che
man mano gli vengono passati dall’esterno in modo da formare parole o
frasi dotate di senso. Un vero cinese posto fuori della stanza, vedendo
entrare i suoi messaggi ed uscire le opportune risposte in cinese,
penserà che nella stanza vi sia un altro cinese che gli risponde. Al
contrario l’uomo nella stanza non comprende affatto il cinese poiché non
comprende nessuno dei simboli che sta manipolando.”
Il computer, nella finzione scenica,
rappresenta l’uomo nella stanza; ad esso viene dato un software (il
manuale che spiega come spostare gli ideogrammi cinesi secondo la loro
sintassi) attraverso il quale esso manipola tali simboli. Pur fornendo
il computer delle corrette risposte in uscita a seguito di tale manipolazione
esso non ha in realtà compreso nemmeno una parola di cinese.
Searle
afferma dunque che i contenuti “mentali” di un computer sono basati
sulla sola sintassi mentre i contenuti del cervello umano hanno una
semantica. Nelle manipolazioni che la macchina effettua non vi è quindi
“nulla di specificamente mentale” mentre il cervello umano è in grado di
apporvi una “intenzionalità”.
Teoria n. 5: L’eliminativismo
Questa corrente di pensiero nella
filosofia della mente è stata inaugurata da Paul
Churchland negli anni ’70 e sostiene che la mente è una entità
fisica, proprio come lo è il nostro corpo. Proprio in base a questo
assioma essa deve essere analizzata scientificamente solo attraverso lo
studio del comportamento o dell’attività neuronale ed eliminando, di
fatto, ogni aspetto metafisico della natura del mentale.
L'eliminativismo
in questo modo ritiene di superare il problema mente-corpo,
semplicemente “eliminando la mente”; essa è solo un concetto errato!
Bisogna solo concentrandosi solo sullo studio del cervello e negare
qualsiasi forma di dualismo.
Seguendo questa linea di pensiero gli
attuali concetti usati nella psicologia sono da ritenere astrazioni
erronee derivanti da una concezione che vede l’oggetto “mente”
attraverso la lente della cosidetta
“psicologia del senso comune” (folk psicology).
Questi concetti sarebbero da ritenere fantasie ingannevoli, e, di
conseguenza devono essere eliminati a favore del linguaggio puro della
fisica e della neurologia.
Secondo
Churchland l’attuale concezione che abbiamo degli stati mentali
come i desideri, le credenze ecc. sarebbe errata e verrà abbandonata con
lo sviluppo delle neuroscienze.
La psicologia tradizionale appare
limitata soprattutto quando chiamata a spiegare aspetti come la natura e
la dinamica delle malattie mentali, le facoltà dell'immaginazione
creativa, le funzioni psicologiche nel sonno, le abilità motorie come
afferrare al volo una palla che ci è stata lanciata o di colpire a
distanza con un sasso un oggetto in movimento.
Ma allora come spiegare i fenomeni
mentali? Churchland propone un modello di
mente realizzata su un sostrato fisico materiale strutturato in un
sistema di connessioni, ossia per mezzo di reti neurali. In tal modo
diviene possibile eliminare le ordinarie categorie psicologiche e
sostituirle con categorie neuroscientifiche.
L'organizzazione a cui
Churchland fa riferimento è una rete
composta da almeno tre strati di unità: quelle di input, uno strato
intermedio (unità nascoste) e uno strato di output.
La rappresentazione realizzata da una
rete neurale viene attuata a livello subsimbolico,
nel senso che essa è distribuita nel valore assunto dai diversi pesi che
legano tra loro le unità della rete. Ciò che la rete "apprende" viene
rappresentato subsimbolicamente come assetto
globale dei pesi della rete.
La prospettiva di
Churchland si contrappone nettamente alla
rappresentazione di tipo "enunciativo" o proposizionale, caratteristica
dei modelli tradizionali della computazione, su cui si basa, ad esempio,
il Funzionalismo. Tali modelli mostrerebbero tutti i loro limiti nella
povertà di prestazioni da essi fornite in compiti percettivi e motori di
una certa complessità, nella debolezza quando si tratta di affrontare
analogie, come pure in altri tipi di prestazioni cognitive
(riconoscimento di caratteri, volti, immagini complesse...). Dalle teorie
di Churhland e altri studiosi prende vita la
Psicologia “connessionista” che pretende di
usare delle simulazioni al computer come basi per una nuova psicologia.
In realtà la psicologia
connessionista e il suo modello “Bottom-Up”
non sembrano aver convinto molto gli psicologi. La quasi totalità di
questi è infatti rimasta ancorata alla classica alla teoria
mentalista: affidare ad una simulazione al
computer la cura di una malattia mentale di un soggetto umano non sembra
portare molti frutti.
Si badi che l’Eliminativismo
è sostanzialmente un riduzionismo radicale. Vien da riflettere su cosa
ne penserebbe un genio come Sigmund Freud su questa teoria, poiché tutti
i volumi che ha scritto sulla psicoanalisi sarebbero così da buttare al
macero… Decine di milioni di malati mentali curati con la psicoanalisi
non avrebbero potuto godere di tali cure poiché si sarebbe dovuto
attendere il progresso delle neuroscienze. Nel frattempo era meglio fare
cosa? Eliminarli?
Inoltre,
al contrario di
quello che afferma Churhland, la psicoanalisi è stata l'unica teoria in
grado fino ad ora di spiegare alcuni aspetti dei sogni notturni, come
riporta Freud nel suo famoso testo "Die Traumdeutung" (L'interpretazione
dei sogni), e le relative relazioni con l'inconscio.
Concludendo, La “mente”, secondo gli
elimitavisti sarebbe dunque solo frutto
di una nostra distorsione immaginativa dovuta al nostro modo errato di
pensare: la “psicologia del senso comune”. E’ strano però che,
Churchland, nel proporre la sua teoria al
mondo la spiega facendo ricorso proprio alla “psicologia del senso
comune” e idem noi nel poterla comprendere. L’eliminativismo,
è una teoria fondata su un costrutto di base che è da ritenere logico,
ma appare una teoria inapplicata alla realtà. Forse ciò dipende
dall’attuale limitato sviluppo delle neuroscienze o dalla grossolanità
delle simulazioni al computer nella psicologia
connessionista?
Teoria n. 6: Il monismo anomalo
Questa teoria fu enunciata per la
prima volta dal filosofo Donald Davidson negli anni ’70 e la si può
considerare come una estensione della Teoria dell’identità delle
occorrenze. Davidson propose una nuova concezione del rapporto
materia-mente che consentiva di integrare tre principi che comunemente
tutti noi accettiamo come veri ma che alcuni filosofi avevano dichiarato
incompatibili tra loro:
1) Principio
dell’interazione causale fra mentale e fisico: eventi mentali come
credenze, desideri, speranze e paure causano le nostre azioni, le quali
causeranno eventi fisici nel mondo esterno; la percezione di questi
ultimi, in conseguenza, causerà altri stati mentali derivati.
2) Principio
nomologico della causalità: se fra due
eventi si dà una relazione causale, tra gli eventi stessi esiste una
relazione di causa-effetto che può essere descritta da una legge fisica
strettamente deterministica.
3) Principio dell’anomalia
del mentale: non vi sono leggi strettamente deterministiche sulla base delle quali prevedere e spiegare
gli eventi mentali.
In altre parole gli eventi mentali
sono anomali poiché sfuggono alla rete della catalogazione dello
scienziato, il quale non può realizzare delle leggi deterministiche per
la descrizione del loro divenire. Tra questi tre principi il terzo è
quello che suscitato le discussioni più vivaci tra i filosofi del
settore. Davidson tuttavia, irremovibile, affermò che non vi è
contraddizione tra i tre principi e propose che i fenomeni mentali sono
da ritenere “sopravvenienti” rispetto ai fenomeni fisici.
Il concetto di
sopravvenienza sta a indicare che, dato un oggetto O, sia F
l’insieme di tutti i predicati fisici ad esso applicabili, e sia M
l’insieme dei predicati mentali che lo descrivono, allora, non è
possibile togliere o aggiungere nessun predicato a M, senza togliere o
aggiungere qualcosa a F ma potrebbe invece accadere l’inverso. In altre
parole, la sopravvenienza implica che ogni modificazione intervenuta a
livello mentale sarà necessariamente accompagnata da modificazioni a
livello del sistema nervoso, ma non viceversa. Questa tesi, se ci si
riflette bene, non è affatto priva di senso è deriva da una
considerazione olistica: non è detto che le proprietà di un sistema
possano essere tutte spiegate tramite la descrizione delle sue singole
componenti.
Il filosofo americano prospetta in
questo senso il fallimento di tutte quelle teorie
riduzionistiche come il comportamentismo logico, le quali
predicano che i concetti mentali possano essere definiti in termini di
concetti comportamentali. La discrasia in tali teorie è di tipo
sistematico e lo spiega nel suo saggio Eventi Mentali egli
stesso:
“Immaginiamo di provare a dire, senza
far uso di concetti mentali, che cos’è per un certo uomo credere che ci
sia vita su Marte. Una linea d’approccio può essere questa: quando un
certo suono (“C’è vita su Marte?”) viene prodotto alla presenza
dell’uomo, egli ne produce un altro (“Sì”). Ma naturalmente questo
mostra che crede che ci sia vita su Marte solo se capisce l’italiano, se
la sua produzione del suono è intenzionale, e se è una risposta al suono
precedente in quanto esso significava qualcosa in italiano; e così via.
Per ogni lacuna che scopriamo, aggiungiamo una nuova clausola. Tuttavia,
non importa quanto si rappezzino e si accomodino le condizioni non
mentali, ci si imbatte sempre nell’esigenza di aggiungere una condizione
(purché egli si accorga, capisca, ecc.) che ha carattere mentale.”
Questo semplice esempio smonta
qualsiasi teoria comportamentistica poiché essa non riesce a risalire
alla causa che produce il mentale senza incorrere nell’aggiunta di una
nuova condizione di carattere mentale!
Metodologie di studio
Per cercare di emulare le funzioni
cognitive superiori del cervello umano la recente ricerca sulla
Intelligenza Artificiale sta tentando di creare software particolari,
capaci di auto-adattamento, come quelli basati sulle reti neurali
artificiali: modelli di calcolo che tentano di emulare le reti neurali
biologiche. Sono software realizzati come gruppi di interconnessioni di
informazioni costituite da neuroni artificiali e processi che utilizzano
un approccio di calcolo di tipo connessionista.
Si tratta di software adattivi che possono cambiare (entro certi limiti)
la loro struttura di programma basandosi su un sistema di nodi, pesi e
relazioni tra le informazioni esterne o interne durante la fase di
apprendimento.

Eppure, nonostante ciò, anche le
migliori intelligenze artificiali attuali non arrivano mai ad ottenere
quella che si può definire una reale “comprensione” del mondo reale.
Sarebbe a dire che, una volta esaurite le loro routine precompilate,
esse si fermano e smettono di interagire con un bel “the-program-she-ended”.
Le I.A.
non riescono quindi a “ipotizzare” o a dare risposte non inserite
preventivamente negli schemi di programmazione del loro software, anche
se questi sono (parzialmente) retroattivi. Una descrizione accurata di
questo gap tra la macchina emulatrice (il computer) ed il cervello umano
è data con sufficiente chiarezza da due studiosi italiani di
Intelligenza Artificiale: Gabriele Rossi e Antonella Canonico nel loro
recente libro “Semi-Immortalità” ove essi descrivono cinque stadi che
partono dal caos per arrivare alla conoscenza e nei quali le
I.A. non riescono a superare il terzo stadio
poichè mancano di auto-referenzialità.
Un altro ricercatore che ha prodotto
studi interessanti in merito è Oscar Bettelli
nel libro: “Sincronicità - un paradigma per la mente” dove discute
brillantemente le tesi di Franz Brentano e
individua che la percezione di una macchina manca di una corretta
interpretazione simbolico-significativa.
Ipotesi per il futuro
L’autore di questo testo fa notare
che il moderno approccio di studio per l’Intelligenza Artificiale, che
prende le basi dal Funzionalismo, non tiene conto di alcuni fattori.
Esso postula la mente come un software, totalmente distinto
dall’hardware della materia cerebrale. In un computer però, lasciando
l’hardware da parte, il suo software (ad esempio il sistema operativo)
può essere profondamente diversificato.
Sullo stesso computer è
possibile installare Windows, Linux o Solaris,
diversissimi sia come sorgenti di codice macchina e sia come
funzionalità operative. Questo però non accade nel cervello, nel quale
invece il software non può essere minimamente variato poiché ciò
significherebbe la morte dell’Io cosciente. Ancora: in un computer il
software è una “entità esterna” mentre nel cervello umano esso è
“secreto” direttamente dall’hardware come funzione evolutiva del
cervello stesso. E’ noto infatti che la coscienza di sé nel bambino e la
capacità di elaborare significativamente le istanze del mondo esterno
non si sviluppano prima dei due anni di età, si tratta a tutti gli
effetti di una “auto-programmazione” che avviene in modo graduale negli
anni come forma di adattamento all’ambiente.
Va anche aggiunto che l'hardware del
cervello umano si modifica sia col passare del tempo (nascono e muoiono
nuovi neuroni) e sia con l'utilizzo più o meno intenso di una
particolare attività (es. apprendere la matematica) che crea nuovi
percorsi neurali. L'hardware dei computer è invece assolutamente
statico.
Altra differenza: il cervello umano è un elaboratore
elettrochimico a parallelismo massiccio con tempi di propagazione del
segnale molto lenti mentre il computer è un elaboratore seriale molto
veloce che può però solo eseguire istruzioni in sequenza ordinata. E
ancora: nei computer la memoria di sistema (Ram e Cache) è totalmente
disgiunta dal nucleo principale di elaborazione rappresentato dalla CPU
(central processing
unit), al contrario nel cervello biologico memoria e CPU sono
integrate e interoperanti nello stesso sostrato fisico.
Quello che si vuole affermare è, in
altre parole, che il software del cervello umano risulta “cablato”
nell’hardware. Questa tesi non vuole distruggere il Funzionalismo, la
cui ipotesi di base (la mente è un software) può restare vera, ma
attaccare le attuali metodologie di ricerca. Forse dovremmo cambiare
metodologia, forse dovremmo realizzare una vera emulazione fisica: un
“simulacro elettrochimico” del cervello biologico.
Per fare un
esempio (anche se un tantino rozzo) potremmo costruire un cervello di silicone con
una moltitudine di chip
interconnessi che vi galleggiano dentro a simulare i neuroni, le sinapsi e le relative
macro-aree funzionali con tutte le loro interconnessioni. Non importa se
questo simulacro avrà la stessa
miniaturizzazione del suo originale biologico: potrebbe essere
realizzato delle dimensioni di una automobile e funzionare ugualmente. E non importa se esso sarà
inizialmente realizzato con cento milioni di neuroni artificiali invece
dei cento miliardi del suo originale biologico. Forse lo studio della
propagazione dei segnali in questo “simulacro
elettrochimico” potrebbe aiutarci a capire qualcosa del cervello
organico che ancora non abbiamo compreso: il suo principio di
funzionamento.
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Bibliografia:
-
Donald Davidson:
Azione ed eventi (1980)
-
Jerry
Fodor - Il linguaggio del pensiero (1975) -
La mente modulare (1983)
-
Marco
Salucci: La teoria dell'identità. Alle
origini della filosofia della mente (2004)
-
Paul M.
Churchland: La natura della mente e la
struttura della scienza (1992)
-
G. Rossi e A.
Canonico: Semi-Immortalità (2006)
-
Oscar
Bettelli: Sincronicità: un paradigma per la
mente (2002) – Modelli computazionali per la mente (2002)
-
Piero
Scaruffi:
La Fabbrica del pensiero (1994)
-
Le Scienze: Filosofia
della mente (1996)

