di Alberto Cavalli -
www.eurinome.it - (pubblicato
su Tecnologie di
Frontiera)
La crisi del
XXI secolo
Questo XXI secolo è cominciato molto male per l'umanità intera.
L'evento più ricordato del 2001, che per inciso è il primo anno del
secolo per i cronologisti, è l'attacco terroristico a New York e
Washington. Ma la crisi è appena cominciata, e non si tratta della
guerra asimmetrica tra potenze occidentali e terroristi
mediorientali. La vera crisi, di cui l'anomalo conflitto a cui
accennavo è soltanto un elemento, riguarda la disponibilità delle
risorse necessarie per la vita, una vita dignitosa, per tutta
l'umanità.
Ogni giorno gli sbarchi di disperati sulle isole italiane più
meridionali ci ricordano che gran parte dell'umanità vive in
condizioni penose, e vorrebbe soltanto vivere meglio. Centinaia di
milioni di cinesi e di indiani sono quotidianamente impegnati in una
frenetica rincorsa al benessere attraverso lo sviluppo economico di
tipo tradizionale: più produzione, più industria, più commercio, più
consumi - e stanno ottenendo un successo significativo, anche se
pagano un prezzo salato per quanto ottengono, se guardiamo il
degrado ambientale dei loro paesi, le tensioni sociali, le
condizioni di vita a cui si sottopongono in nome di un futuro
migliore che per molti di loro è soltanto una speranza.
Quello che sembra mancare in modo grave, però, è l'autentica
innovazione. Lo sviluppo dei grandi paesi emergenti si basa su
schemi sociali e tecnici assolutamente conservatori: ripercorre
sostanzialmente, a tappe accelerate, la via seguita dall'Europa e
poi dagli Stati Uniti d'America nei secoli passati. Le materie prime
e le fonti di energia utilizzate sono esattamente le stesse a cui ha
fatto e fa tuttora ricorso il mondo sviluppato.
Questo significa che un numero crescente di persone preme sulle
medesime risorse, con peso individuale e collettivo crescente. I
prezzi delle materie prime sono in crescita rapidissima, eppure non
si vede la reazione che secondo gli economisti dovrebbe essere
naturale: il ricorso a fonti e risorse alternative, a fronte
dell'aumento dei prezzi di quelle tradizionali. La prima risorsa a
cui pensiamo è il petrolio, con i suoi derivati. Si sa ormai che il
grado di sfruttamento del petrolio presente sulla Terra si avvicina,
o è già giunto, al punto critico in cui metà delle risorse sono
state utilizzate (picco del petrolio). La risposta che si sta
trovando è il ritorno al carbone o al nucleare di tipo più vecchio.
Qui da noi si intraprendono strade che dir dubbie è poco, dal
carburante di derivazione agricola al fotovoltaico domestico
all'idrogeno (che non è una fonte di energia, ma molti non conoscono
questo sottile dettaglio).
Io stesso in passato ero favorevole ai cosiddetti biocarburanti, ma
ho dovuto ricredermi: non c'è convenienza reale, perché occorrerebbe
dedicare una parte enorme del terreno agricolo a coltivazioni
dedicate, con uso pesante di macchinari, fertilizzanti e pesticidi,
tutti derivati dal petrolio!
Il fotovoltaico non risolve nulla perché è energeticamente costoso
produrre le celle, e non soddisfa i bisogni reali se non c'è una
fonte tradizionale a fare da riserva. I "salvatori del mondo" col
fotovoltaico sul balcone possono permetterselo perché lo Stato li
finanzia pagando la loro energia quasi cinque volte il suo valore, e
perché c'è sempre sant'ENEL in soccorso quando c'è bisogno (ad
esempio di notte... se non vogliamo riempire le case di batterie, a
loro volta basate su sostanze tossiche).
L'idrogeno è un vettore energetico, non una fonte, per di più poco
pratico. Il rendimento complessivo reale della conversione da una
fonte qualsiasi all'idrogeno e poi di nuovo in forma utilizzabile
(cioè di solito elettrica) non è affatto buono, non c'è motivo per
non produrre subito energia elettrica e usare quella come vettore.
L'autobus a idrogeno è uno specchietto per le allodole, i mezzi
pubblici possono andare benissimo ad energia elettrica, quelli che
lo fanno esistono già, si chiamano metropolitane, tram e filobus.
A parte baloccarci con queste innovazioni finte, non stiamo facendo
nulla per evitare un futuro drammatico, in cui useremo l'enorme
quantità di armi presente nel mondo per contenderci gli ultimi
barili di petrolio. Alcuni rispondono che come l'età della pietra
non finì per esaurimento delle pietre, così l'età del petrolio non
finirà per l'esaurimento del petrolio. Intanto si può osservare che
molte civiltà finirono per esaurimento delle risorse disponibili,
essendo incapaci di trovarne altre: per fare un esempio, i Maya
dell'America Centrale svilupparono una grande civiltà che crollò
molto prima dell'arrivo degli europei, perché non seppe innovare le
sue tecniche agricole e di trasporto, soffocando nell'ipersfruttamento
dei terreni agricoli gestibili con i mezzi allora noti. In mezzo ad
un continente immenso dotato di risorse straordinarie, le città Maya
collassarono e divennero cumuli di rovine nella giungla tropicale,
perché i loro costruttori non seppero migliorare le tecniche di
coltivazione per salvaguardare i suoli, né più semplicemente
impararono a trasportare quantità significative di merci su lunghe
distanze. Per fare un confronto, Roma imperiale importava grano fin
dall'Egitto grazie ad un'efficiente marina mercantile.
Oppure pensiamo alla Cina del XV secolo: era di gran lunga la parte
del mondo tecnicamente ed economicamente più sviluppata. Le flotte
al comando dell'ammiraglio Zheng He, formate da centinaia di navi
d'alto mare, con migliaia di uomini di equipaggio, raggiunsero in
varie spedizioni tutte le coste dell'Oceano Indiano fino all'Africa.
Ma un cambiamento d'indirizzo politico portò alla rinuncia alle
flotte ed alla cessazione delle esplorazioni, considerate inutili e
costose (suona nuovo?). Al termine del medesimo secolo i portoghesi
arrivarono in Oriente con poche piccole caravelle, così piccole che
Zheng He avrebbe potuto utilizzarle come scialuppe per le sue
giunche, ma cominciarono un'espansione che avrebbe portato alla
sottomissione della stessa Cina alle potenze europee.
Tornando a noi, non scordiamoci che il petrolio è sostituibile, anzi
lo si sta sostituendo, per la produzione dell'energia elettrica, ma
è per ora privo di alternative in settori vitali come i trasporti e
la petrolchimica. Ci sono poi altre risorse anche più essenziali,
che nel prossimo futuro scarseggeranno sempre più: in particolare,
nientemeno che l'acqua. Ma c'è di peggio. L'intero ecosistema
terrestre è già sovraccarico, perché ormai l'umanità assorbe una
frazione preponderante delle risorse elaborate dalla biosfera.
Certo siamo ancora in tempo: dipende da noi far finire l'età del
petrolio perché avremo trovato alternative utili, oppure andare
incontro al collasso della nostra civiltà. La storia umana porta
esempi di entrambi i tipi.
Lo spazio è una risorsa
Il messaggio da portare chiaro e forte è che lo spazio non è un
costo ma una risorsa. E' sufficiente fare il confronto con le spese
militari per mostrare come perfino le inefficientissime e
burocratiche agenzie spaziali modello NASA spendano in realtà poco,
rispetto a quanto i medesimi governi che le finanziano sono disposti
a spendere per fare la guerra. Eppure si tratta realmente di una
lotta per la sopravvivenza: le risorse della Terra sono limitate, e
per non doverci uccidere tra di noi qui sotto dobbiamo uscire dal
buco, come seppero fare alcune civiltà del passato, anche se altre
fallirono e perirono. La differenza è che oggi tutto è collegato: la
globalizzazione è un fatto, la civiltà mondiale è di fatto una sola,
non possono più esserci civiltà prospere e decadenti simultaneamente
- se ci sarà un collasso, riguarderà tutto il mondo insieme.

Chi dice che dobbiamo risolvere i problemi di quaggiù prima di
andare nello spazio sbaglia gravemente, perché IL PROBLEMA di
quaggiù è che la Terra che abbiamo è una sola ed ha dimensioni
finite. Non esiste la possibilità di garantire a tutta la
popolazione mondiale un tenore di vita pari a quello dei popoli
ricchi, con i mezzi che conosciamo e con quelli che possiamo
prevedere per il prossimo futuro. La decrescita di cui parlano
alcuni teorici non è attuabile in un mondo dove i 5/6 della
popolazione sono già poveri e gli altri non accetteranno mai di
diventare poveri come loro - perché dividere il benessere attuale
tra tutti vorrebbe dire essere tutti poveri, anzi alla fine morire
tutti di fame. Già oggi la sopravvivenza di gran parte dell'umanità
è legata alla tecnologia moderna, senza di essa si avrebbe
immediatamente una carestia inaudita.
Non c'è dubbio che il modello attuale di uso delle risorse naturali
sia sbagliato e da correggere, che si debba essere più oculati e
meno spreconi, e senz'altro dobbiamo adoperarci per una transizione
verso modelli economici più equilibrati per quanto riguarda lo
sfruttamento delle risorse naturali. Però occorre essere ben
consapevoli che nessuno accetta di vivere peggio, o di rinunciare
alla speranza di vivere meglio in futuro. Non occorre una grande
comprensione della natura umana per capire che nessuno farà queste
rinunce spontaneamente. I sacrifici si accettano in vista di un bene
futuro percepito come possibile, oppure si subiscono come
imposizioni. Quindi è necessario che i nuovi modelli siano
accettabili da tutti come un miglioramento, non come un insieme di
rinunce, un regresso,che potrebbe essere imposto soltanto con la
forza da regimi dittatoriali.
Ci sono parecchie strade da percorrere. Il sistema dei trasporti, ad
esempio, dovrebbe essere trasformato. L'alternativa al traffico su
gomma può essere il ritorno al treno, ma non quello del passato: si
deve trattare di sistemi nuovi che siano migliorativi per gli
utenti, come ad esempio i treni ad alta velocità per i passeggeri.
Il giorno, spero non lontano, in cui Torino e Milano saranno
collegate da efficienti convogli veloci, moltissimi saranno disposti
a rinunciare all'automobile per spostarsi da una città all'altra. Il
treno veloce può essere addirittura alternativo all'aeroplano per
certe distanze, ad esempio Torino-Parigi o Milano-Roma. Dovrebbe
essere evidente quale danno stiano facendo i "no-TAV", imponendo la
loro visione miope e localistica rispetto a progetti di enorme
importanza per il futuro di tutti.
Ma qualunque innovazione di questo genere, si tratti di trasporti,
energia o altro, non può bastare a tirarci fuori dal guaio in cui
siamo. Soltanto l'inizio di una civiltà spaziale può consentirci di
sfuggire alla limitazione fondamentale a cui siamo sottoposti: la
finitezza dell'ambiente in cui viviamo. Per quanto siamo oculati
nello sfruttarle, le risorse della Terra sono limitate e soggette a
rischi. Non dimentichiamo che, ad esempio, lo stesso clima terrestre
è costantemente mutevole, oggi anche per colpa nostra, ma in
generale anche più per le cause naturali. In un mondo densamente
popolato e con le risorse centellinate, un mutamento climatico
dovuto a qualunque causa può costituire una minaccia per un
grandissimo numero di persone, con poche possibilità di rimedio.
Pensiamo poi al pericolo di un impatto asteroidale: anche un evento
assai minore di quello che portò all'estinzione dei dinosauri
sarebbe devastante per l'umanità.
E' folle che ci ostiniamo a chiudere gli occhi di fronte
all'immensità che esiste al di fuori del nostro pianeta. Gli stessi
asteroidi che vediamo come una minaccia, e lo possono essere, sono
in realtà una risorsa immensa, proprio perché non sono distanti,
anzi sono raggiungibili con dispendio minimo di energia, una volta
che ci siamo tirati fuori dal pozzo gravitazionale della Terra!
Lo spazio esterno è vitale perché non soltanto contiene immense
risorse, ma soprattutto ci può aiutare a sfruttare la principale
risorsa che è dentro di noi: la spinta all'innovazione,
all'avventura, alla ricerca di nuove mete. L'esplorazione è la vera
alternativa alla guerra, gli avventurosi e gli ambiziosi non possono
trovare campo libero se non lassù - altrimenti andranno a sfogarsi
nel combattimento. La via di un uso più razionale delle risorse
terrestri e quella dell'espansione nello spazio non sono alternative
ma complementari: l'abitante di una colonia spaziale, ad esempio,
avrà sicuramente una sensibilità ambientale straordinaria, perché la
sua sopravvivenza deriverà dal saper gestire un sistema complesso
nel modo migliore, dall'uso dell'energia al riciclaggio dei rifiuti.
Trovando risorse fuori dalla Terra potremo evitare di sfruttare fino
in fondo le sue - come i nostri antenati, lasceremo in pace le
pietre perché avremo trovato di meglio - e la Terra potrà
riacquistare il suo equilibrio ed il suo aspetto migliore. Pensiamo
ad esempio alla possibilità di spostare nello spazio le produzioni
industriali pericolose o che usano materie tossiche o radioattive.
Mi aspetto già il verde di turno che dirà: volete inquinare anche lo
spazio! Ma si sa, i verdi sono dogmatici e con i dogmatici non si
deve discutere, perché dal loro punto di vista hanno ragione per
principio. Chi sa che cos'è lo spazio non può che mettersi a ridere
di fronte a certi argomenti (E se dicessimo loro che il Sole che
secondo loro ride è in realtà un'immensa centrale nucleare senza
schermatura?). Un vero ambientalista dovrebbe pensare
all'opportunità di salvare l'ambiente terrestre spostando nello
spazio la parte materiale dello sviluppo e facendo della Terra una
magnifica residenza per l'umanità, restituita alla sua bellezza oggi
così minacciata.
Meno armi più astronavi
Parlo degli Stati Uniti perché nessun altro paese ha programmi
militari o spaziali paragonabili, del resto è ovvio parlare
innanzitutto della massima superpotenza.
Il budget del Dipartimento della Difesa americano per l'anno fiscale
2006 è di 419,3 miliardi di dollari, a cui si debbono aggiungere
altri 80 miliardi legati a spese supplementari, di cui 75 per la
guerra in Iraq. Per fare un confronto, il programma Apollo
dall'inizio alla fine, espresso in dollari attuali, costò 150
miliardi di dollari - pari a due anni di guerra in Iraq o tre mesi e
8 giorni del bilancio annuale della Difesa guerre correnti escluse.
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l
budget annuale della NASA per il 2006 è di 16,5 miliardi di
dollari, pari a due mesi e 20 giorni di guerra in Iraq
oppure 14 giorni del bilancio annuale della Difesa senza le
guerre.
E' chiaro come l'attuale
amministrazione degli Stati Uniti intende affrontare la
crisi che ci attende: combattendo la guerra per le risorse
qui sulla Terra e magari anche nello spazio vicino.
Abbiamo recentemente sentito che il
presidente Bush ha incluso lo spazio tra le aree di
interesse militare per gli Stati Uniti. |
Potrebbe nascere il sospetto che il programma
spaziale civile sia addirittura visto come un impaccio dai militari,
che non vorrebbero avere astronauti civili tra i piedi il giorno in
cui dovessero scontrarsi con la Cina in orbita. Stiamo forse facendo
come i Maya, che si esaurivano in guerre tra le varie città mentre
la loro civiltà stava per soccombere?
Il conflitto per le risorse sotto alcuni aspetti è già cominciato.
La Russia si accorda con l'Algeria per il gas e usa le sue risorse
energetiche come arma, l'unica che abbia ancora. L'Iran costruisce
centrali nucleari per riservare il petrolio all'esportazione, oltre
a procurarsi le tecnologie per dotarsi di armi nucleari. La Cina
stipula accordi in giro per il mondo per assicurarsi materie prime
ed energia, mentre gli Stati Uniti, anche tramite il loro alleato
principale in Medio Oriente, Israele, usano invece la forza militare
senza ritegno per assicurarsi il controllo delle maggiori risorse
petrolifere rimaste al mondo, quelle del Golfo Persico, occupando
l'Iraq e preparando il conflitto con l'Iran, oltre a mantenere il
controllo sui poco fidati sauditi. Il recente conflitto in Libano è
una parte dello scontro con l'Iran, a cui fa capo Hezbollah. Ma la
scelta americana appare perdente agli occhi del buon senso:
l'Afghanistan e l'Iraq sono ancora nel caos, Libano e Palestina sono
ferite aperte.
L'Europa, che non ha risorse energetiche significative (quelle del
Mare del Nord sono già in via di esaurimento, tanto che la Gran
Bretagna oggi dipende anch'essa dal gas russo) e non vuole entrare
nella spirale del riarmo e della guerra aperta, dovrebbe essere il
motore di iniziative di tutt'altro genere. La stessa Cina non si è
ancora fatta coinvolgere significativamentenella spirale del riarmo,
probabilmente perché ha analizzato i motivi del crollo dell'Unione
Sovietica ed ha trovato che l'eccesso di spese militari a fronte di
uno sviluppo insufficiente è stato il fattore principale che ha
portato la seconda superpotenza mondiale alla disgregazione. Il
fatto che la Cina abbia un significativo programma spaziale è
anch'esso molto significativo.
La Russia, poi, che dispone di tecnologia spaziale ottima anche se
datata e soprattutto di competenze ancora vive, in grado di
sviluppare nuove soluzioni se adeguatamente sostenute, non sarebbe
in grado di sostenere una nuova corsa agli armamenti, ma può dare ed
anzi sta dando un notevole impulso allo sviluppo dello spazio.
Non esiste in effetti nessuna minaccia che giustifichi le spese
militari degli Stati Uniti. Se l'avversario è l'estremismo islamico,
dovrebbe risultare ormai chiaro che portaerei e carri armati non
servono a nulla, dopo le disastrose esperienze in Afghanistan ed
Iraq e dopo l'analogo fallimento di Israele in Libano. Al terrorismo
si risponde con i servizi segreti, la polizia, e soprattutto
affrontando le questioni di base che lo suscitano: dal conflitto in
Palestina alla situazione economica e sociale dei paesi arabi.
La mia proposta è questa: trasferiamo finanziamenti dalle armi allo
spazio! Le risorse attualmente impiegate in campo militare sono così
grandi che ne basterebbe una frazione per rilanciare la presenza
umana nello spazio in modo decisivo, come si deduce facilmente dalle
cifre che ho riportato sopra. Resterebbero disponibili vaste risorse
per le iniziative "terrestri", dalla risoluzione dei conflitti alla
ricostruzione dei sistemi energetici e dei trasporti. Inoltre
l'industria militare tecnicamente più avanzata è contigua
all'industria spaziale, potrebbe riconvertirsi in misura maggiore
senza gravi traumi. Invece di utilizzare il conflitto come stimolo
al progresso tecnico, usiamo la nobile gara allo spazio, come
avvenne negli anni '60 del secolo scorso. Certo occorrerà evitare
che le cattive abitudini del settore militare, costi gonfiati e
burocrazia, si trasferiscano allo spazio, com'è già avvenuto in
passato.
Lo spazio potrebbe dare un'autentica occasione di rilancio per lo
sviluppo economico dei paesi più avanzati, trascinando con sé anche
quelli a sviluppo intermedio ed in generale il mondo intero. Non
dimentichiamo che la guerra era il mezzo usato finora per scuotere
l'economia e fare buoni affari...
Il programma deve riguardare la presenza umana diretta e non
soltanto l'esplorazione robotica. Non stiamo parlando di fare
scienza, ma sviluppo! I maggiori costi iniziali che questo impone
sono più che sostenibili, se andiamo a pescare nelle capaci tasche
delle forze armate. Ma il mondo non è in generale carente di risorse
finanziarie, è carente soprattutto di idee, ci sono grandi capitali
privati che potrebbero essere mobilitati se si desse il giusto
impulso. Tuttavia il contributo dei governi è necessario per almeno
due motivi.
Il primo motivo è che vi è oggi chi intende muoversi in direzione
opposta, militarizzando lo spazio, parallelamente allo sforzo che
sta compiendo per generare uno stato di guerra strisciante
permanente nel mondo intero. Soltanto decisioni a livello
governativo possono modificare questa situazione: se le principali
nazioni del mondo mostrassero un indirizzo chiaro, anche la
principale superpotenza dovrà prima o poi adeguarsi, e tutti
speriamo che lo faccia prontamente, riassumendo quel ruolo di guida
ideale che in passato ha avuto ed oggi sembra avere smarrito.
Il secondo motivo è che c'è poco tempo e ci sono grandi imprese da
compiere. Tra non molti anni potremmo essere costretti a dedicare le
risorse rimaste al puro scopo della sopravvivenza. Soltanto i
governi delle grandi nazioni possono finanziare imprese come la
costruzione di una prima base lunare permanente, e possono farlo
finché non siamo ancora in una grave emergenza energetica o
ambientale. I privati stanno provando a ripartire da zero, ma per
principio devono ottenere utili fin dall'inizio, e quindi procedere
per vie efficienti ma lente. E' bene che i due cammini proseguano
paralleli, ma il contributo dei governi, diretto o indiretto, è
irrinunciabile, come lo è sempre stato per dare inizio a nuove vie
di sviluppo, dalle esplorazioni geografiche alla realizzazione delle
reti stradali e ferroviarie, incluso l'attuale sviluppo delle
ferrovie ad alta velocità, a cui abbiamo accennato sopra. Non
dovendo fare i conti col profitto, i governi possono rovesciare una
massa critica di risorse per togliere i vincoli alla partenza delle
imprese umane più importanti.
Occorre fare breccia in un mondo politico sclerotizzato, dove la
destra è presa dall'ideologia neo-con, ultraliberista in economia ma
tutt'altro che liberale in politica, essendo militarista,
autoritaria e filosoficamente retrograda (non è altro che
integralismo religioso), mentre la sinistra non riesce a produrre
un'idea costruttiva che sia una, si caratterizza solo per non essere
proprio uguale alla destra, si fa invischiare dal cosiddetto
ambientalismo e corre dietro all'ultima causa NIMBY (Not In My
BackYard, in Italia il partito del "no X" con X qualsiasi) per
acchiappare qualche voto.
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Risorse web:
