Il nostro posto nell'Universo


Pensate veramente di conoscere il posto ove vi trovate e quanto è grande ciò che si trova intorno a voi?

Riusciremo almeno a colonizzare lo spazio del sistema solare?
 

 
 

 
 


 

di Ugo Spezza


Premessa

   Il 98% delle persone oggigiorno, anche quelle dotate di una buona cultura generale, non dispone di conoscenze astronomiche, nemmeno le più basilari. Del restante 2% solo pochissimi, nel corso della loro vita, hanno infilato un occhio in un oculare di telescopio. Il 50% degli abitanti dei paesi sviluppati non sa quanto impiega la terra a compiere una orbita (1 anno). Il 75% non sa quanto dista la Luna dalla Terra ed il 95% di essi non sa quanto è esteso il sistema solare, nemmeno come ordine di grandezza, ossia se parliamo di migliaia, milioni o miliardi di km !!

   Ne consegue che la quasi totalità delle persone non sa effettivamente nulla del posto ove si trova e questo è veramente paradossale! Pensate di svegliarvi un giorno e di non ritrovarvi nel vostro letto ma in una località sconosciuta, con un bel mal di testa e coperti di stracci. La prima cosa che fareste è quella di cercare di orientarvi in quel posto, cercare forme di civilizzazione e contattare qualcuno (sperando che comprenda la vostra lingua) che possa darvi informazioni sulla vostra attuale posizione. Questo sarebbe un comportamento logico ed assolutamente normale. Il problema è che lo applichiamo solo su piccola, anzi piccolissima, scala.

    Ciò accade perchè sapere dove ci troviamo, a parte le brevissime distanze dei dintorni del posto ove abitiamo, non è determinante per la nostra evoluzione individuale e sociale. Il fatto che non sia determinante non vuol dire però che non sia significativo. Sapere quale è la nostra collocazione nell’universo visibile, insieme al rendersi conto della effettiva scala delle distanze, è fondamentale per la propria personale weltanschauung (visione del mondo). Senza queste nozioni minimali saremmo confrontabili agli antichi che credevano che il cielo fosse cosparso di piccole lucine lampeggianti come riporta la Genesi:

 “Egli creò anche le stelle e le mise esattamente dove più gli piacque. Dio mise tutte queste bellissime luci nel cielo, per far luce sulla terra. Il sole illumina la terra durante il giorno, e la luna e le stelle la illuminano di notte.”

    Ed in effetti, se ci si pensa bene, anche un uomo moderno può vivere benissimo la propria vita fino alla morte credendo (per fede) a queste ideazioni pseudo-astronomiche.

   Al contrario, avere una esatta cognizione della nostra posizione nell’universo e della relativa scala di grandezze e distanze, può aiutare a meglio definire (e in taluni casi a rivedere…) le proprie convinzioni etiche o religiose, qualunque esse siano in partenza. Nella nostra analisi partiremo dalla nostra posizione nel sistema solare, quindi nella nostra galassia, ci addentreremo poi nel gruppo locale ed infine cercheremo di arrivare ai limiti dell’esplorazione dell’universo consentita dagli attuali mezzi tecnologici. Sono certo che molti rimarranno meravigliati da quanto stanno per leggere.

 

Dimensioni e masse nel Sistema Solare

   Partiremo analizzando le dimensioni dei singoli corpi del sistema solare. In questa analisi va tenuto presente che il nostro Sole, da solo, rappresenta il 99.8% della massa totale del sistema. Ciò significa che la massa di tutti i pianeti messi insieme occupa un misero 0.2%. Per rendersi conto dell’affermazione suddetta basti considerare che il diametro del Sole è di 1.4 milioni di Km, quasi dieci volte a quello di Giove e più di cento volte quello della Terra. I pianeti del sistema solare interno, in ordine di distanza dal Sole, sono Mercurio, Venere, Terra e Marte. Si tratta di pianeti composti essenzialmente di roccia con un nucleo di materiale ferroso.

   I grandi pianeti del sistema solare esterno: Giove, Saturno, Urano e Nettuno sono invece masse gassose con un piccolo nucleo centrale in roccia/ferro. Per questo essi riportano una densità media, relativa alla materia che li compone, particolarmente bassa: dai 700 ai 1320 Kilogrammi per metro cubo. Si consideri che la Terra ha invece una densità di 5.500 Kilogrammi al metro cubo. Oltre l’orbita di Nettuno sono stati individuati sino ad oggi anche due pianeti nani: Plutone ed Eris. La Figura in basso, realizzata con un software di raytracing, può sicuramente aiutare a comprendere le dimensioni relative dei pianeti molto più dei numeri:

 

 

   La Figura sottostante segnala l’ordine sequenziale in cui i pianeti sono disposti a partire dal Sole, non tenendo assolutamente conto delle distanze reali.

Posizioni relative dei pianeti nel sistema solare

 

 

Scala delle distanze nel sistema solare

   La seguente tabella riporta le distanze dei pianeti dal Sole sia in milioni di km e sia in anni luce. E’ infatti molto importante, come si comprenderà meglio nel seguito, considerare la distanza che percorre la luce per raggiungere i vari corpi del sistema solare per avere un metro di riferimento quando partiremo ad esplorare l’esterno. Ricordiamo qui che la luce nel tempo di un secondo percorre 300.000 km.

 

DIAMETRO MEDIO IN CHILOMETRI

DISTANZA MEDIA IN MILIONI DI CHILOMETRI

DISTANZA MEDIA IN ANNI LUCE

SOLE

1.392.000

-

-

MERCURIO

4.880

58

3 MINUTI

VENERE

12.100

108

6 MINUTI

TERRA

12.750

150

8 MINUTI

MARTE

6.790

228

12 MINUTI

GIOVE

142.980

778

40 MINUTI

SATURNO

120.540

1.427

1 ORA E 20 MINUTI

URANO

51.120

2.870

2 ORE E 40 MINUTI

NETTUNO

49.530

4.497

4 ORE

 

 

 

 

PLUTONE

2.350

5.850

5 ORE

ERIS

2.400

9.500

8 ORE E 35 MINUTI

   Si può notare che i pianeti rocciosi del sistema solare interno orbitano abbastanza vicini al sole, entro i primi 250 milioni di km. Giove è ancora relativamente vicino a 778 Mkm mentre Saturno inizia già ad essere più distante; con i suoi 1427 Mkm la luce del Sole impiega un ora e quaranta minuti per raggiungerlo. Questi sono i pianeti che si possono osservare facilmente con un telescopio economico, (100-200 euro) ad esempio rifrattore da 70 mm di diametro o con un riflettore da 114 mm, con una lunghezza focale di un metro ed opportuni oculari.

   Oltre abbiamo Urano, che dista quasi 3 miliardi di km dal Sole; questo pianeta risulta visibile, e solo come un punto azzurro, solo a telescopi amatoriali potenti oppure ai telescopi professionali. Nettuno, ormai prossimo ai 4.5 miliardi di km, è invece percepibile solo come un punto nel cielo, indistinguibile dalle stelle. Plutone ed Eris non sono invece nemmeno rilevabili alla vista dei telescopi, essi sono stati individuati solo grazie alla impressione di lastre fotografiche tenute sotto lunga esposizione. Una lastra fotografica (o un sensore CCD), a differenza dell’occhio umano può infatti registrare corpi celesti, altrimenti invisibili, agendo come accumulatore di luce. In pratica, a differenza delle foto tradizionali in cui l’obiettivo viene aperto solo per alcuni istanti, nella fotografia astronomica esso viene tenuto aperto per diversi minuti o addirittura ore.

     Le due figure che vedrete di seguito mostrano finalmente in modo inequivocabile la reale entità delle distanze. La prima di esse visualizza il sistema solare interno che si trova entro i primi 250 milioni di km (orbita di Marte). La visuale si estende comunque fino all’orbita di Saturno che invece si trova a circa 1.5 miliardi di km dal Sole.

Distanze reali nel sistema solare interno

 

   La seconda figura, qui sotto, mostra invece il sistema solare esterno che si estende fino all’orbita di Plutone a quasi 6 Miliardi di km dal Sole.

Distanze reali nel sistema solare esterno

   Si noti che l’orbita del pianeta nano è molto eccentrica rispetto al piano delle orbite dei pianeti ordinari. In realtà il sistema solare va ben oltre l’orbita di Plutone estendosi attraverso la cosidetta Fascia di Kuiper, una zona contenente asteroidi e oggetti più massicci orbitanti attorno al sistema solare esterno fino alla distanza di 7.5 miliardi di Km. Nel gennaio 2005 in questa fascia alcuni scienziati americani dal telescopio di monte Palomar hanno addirittura scovato un pianeta nano grande quanto Plutone, poi denominato Eris. Sempre in questa fascia sono presenti planetoidi quali Quaoar e Sedna, grandi meno della metà della nostra Luna e le cui orbite eccentriche si estendono fino a 5 giorni luce dal Sole.

Oltre la fascia di Kuiper si stima che il sistema solare trattenga materia sotto forma di pulviscolo, piccoli asteroidi e planetoidi per una zona che si estenderebbe per oltre 3000 miliardi di km (4 mesi luce) dal Sole. Questa fascia è denominata Nube di Oort. L’esistenza di tale zona è tuttavia ipotetica in quanto non osservabile; se ne ipotizza la presenza per spiegare l’esistenza delle comete di lungo periodo (Hale Boop, Yakutake ecc.). In termini pratici si può dire che la maggior parte della massa del sistema solare è dentro la fascia di Kuiper, quindi entro i 7.5 miliardi di Km dal sole.

 

Corollario: Le possibilità di vita nel sistema solare

   Molta gente pensa che in futuro, quando nuove fonti di energia saranno disponibili, si potrà andare a vivere su Giove, Saturno o Venere senza problemi imbarcandosi su una veloce e confortevole navicella spaziale. Nulla di più sbagliato! La vita richiede condizioni particolarissime per potersi realizzare, lo dimostra il fatto che solo il nostro pianeta, in tutto il sistema solare, è colonizzato da forme di vita. Ecco un sunto delle condizioni fondamentali: 

  • Distanza del pianeta dalla stella (in relazione alla magnitudo della stessa)

  • Dimensioni fisiche del pianeta

  • Presenza di una atmosfera

  • Compatibilità della atmosfera con la vita

   In primis va quindi considerata la distanza dalla stella; per una stella di media grandezza come il Sole, i pianeti devono trovarsi a distanze comprese tra i 100 e i 250 milioni di Km. Se si trovano più vicino le forme di vita arrostirebbero a +300° di temperatura, più lontano si avrebbe un gelo eterno (-100° e oltre). Questa considerazione, nel nostro sistema, è sufficiente da sola ad escludere i pianeti Mercurio (troppo vicino), ed i pianeti giganti Giove, Saturno, Urano e Nettuno (troppo lontani). E comunque, anche se questi corpi planetari giganti fossero “a portata di Sole” e fossero composti di roccia in superficie, non risulterebbero comunque abitabili poiché le loro dimensioni imporrebbero pressioni sulla superficie le quali, a causa delle maggior forza gravitazionale, sarebbero paragonabili a quelle che si ottengono sul fondo dei nostri oceani: un essere umano farebbe immediatamente la fine di una frittella. Ovviamente i pianeti nani Plutone ed Eris, assieme alle lune di Giove e Saturno, date le piccole dimensioni e la grande distanza dal Sole, non sono nemmeno da considerare.

   Il pianeta gemello della Terra è senz'altro Venere; le dimensioni sono quasi identiche e, anche se si trova più vicino al sole di 40 milioni di km, le sue aree sub-polari sarebbero sicuramente abitabili anche se l’acqua andrebbe importata o creata in loco. Purtroppo però questo pianeta presenta diversi problemi. Una pesante atmosfera infernale di anidride carbonica ed acido solforico genera un effetto serra tale da portare la temperatura alla superficie a 460°, un vero forno! Tale atmosfera è densa 93 volte quella terrestre, quindi un uomo presente sulla superficie sarebbe sottoposto alla stessa pressione che troverebbe a 1000 metri di profondità in un oceano terrestre. Venere inoltre ruota su se stessa con un periodo lentissimo, il suo giorno equivale a 243 giorni terrestri. In pratica espone la stessa faccia al Sole per più di 120 giorni all’anno. Se nonostante tutto in futuro, degli evoluti post-umani, servendosi di grandi fonti energetiche e di nuove tecnologie, potessero realizzare una bonifica della atmosfera di Venere, questo pianeta risulterebbe a tutti gli effetti un gemello della nostra Terra.

   Marte con il suo giorno di 24 ore e mezzo e la probabile presenza di acqua, è da sempre stato considerato un ottimo obiettivo per l’esplorazione. Trovandosi distante dal Sole 100 milioni di km in più rispetto alla Terra le sue temperature sono alquanto rigide; si raggiungono anche i -110° ai poli con una temperatura media di -63°. Però ci sono alcune aree equatoriali in cui la temperatura oscilla tra +5° e +20° in estate. L’acqua in realtà non è fondamentale in senso stretto in quanto, con processi chimici appositi, disponendo di sufficiente energia, la si può produrre in loco partendo da ossigeno ed idrogeno. Oppure la si potrebbe trasportare in quantità sufficiente dalla Terra e poi attivare sistemi di riciclo intensivo. In ogni caso Marte sembrerebbe disporre di acqua ai poli e si ipotizza che possa averne anche nel sottosuolo. Più importante è invece considerare la composizione della atmosfera: su Marte essa è quasi del tutto assente, a parte un leggerissimo velo di anidride carbonica assolutamente rarefatto. Si pensi che la pressione atmosferica sulla terra è di 1013 Millibar mentre su Marte è di soli 7 Millibar. Altresì è da considerare la dimensione del pianeta; Marte è grande metà della Terra ed ha così una gravità di 0.376 volte quella terrestre. Un uomo di 75 chili su marte peserebbe solo 28 chili. Ma non è questo il vero problema; il fatto è che un pianeta che non ha sufficiente gravità non può trattenere una atmosfera. Anche se si trasportassero su Marte immense quantità di acqua e si creasse in loco (con giganteschi macchinari…) una atmosfera respirabile, la stessa, assieme al vapore acqueo, verrebbe dispersa nello spazio nel giro di alcuni secoli.

   Tuttavia, nonostante queste limitazioni molte forme di vita potrebbero adattarsi alla attuale atmosfera marziana. Di essa sappiamo perfettamente la composizione, rivelata fin dagli anni 80 dalle sonde Vicking inviate su Marte dalla Nasa. Diversi anni fa il fisiologo statunitense Sanford M. Siegel, dell'Istituto di Ricerche Union Carbide di Eastview (New York) costruì un simulatore di atmosfera marziana e vi chiuse dentro animali e vegetali. I risultati furono sorprendenti: semi di segale germogliarono, le cactee crebbero e le conifere verdeggiarono. "Su Marte i vegetali debbono avere risolto il problema della riproduzione secondo schemi diversi, adatti a quell'ambiente", commentò il professore, che notò come alcuni insetti, vespe api e tarantole, sopravvissero in gran parte in quell'ambiente, pur non essendo in grado di volare data la estrema rarefazione dell'atmosfera. Essa impediva anche la normale impollinazione. Le tarantole si mostrarono particolarmente a loro agio. Ma le maggiori sorprese si ebbero quando lo scienziato introdusse nella grossa teca delle tartarughe. Appena preso contatto con l'atmosfera marziana, queste ridussero di colpo il loro contenuto sanguigno, tanto da lasciare increduli gli osservatori. In quelle condizioni la circolazione non sarebbe dovuta compiersi e gli animali sarebbero dovuti morire. Invece le tartarughe continuavano a muoversi disinvolte, senza alcuni disturbo. "Come questo sia potuto accadere, è del tutto incomprensibile. Non c'è spiegazione che regga", commentò il professore.

Questo dimostra che noi siamo nati per poter colonizzare lo spazio, è questo il nostro fine.

   Dalla notte dei tempi la vita si è espansa in tutti gli ambienti della Terra e l'uomo ha colonizzato ogni nicchia dello spazio vitale disponibile sul nostro pianeta. Una ulteriore espansione la si può pensare solo se si guarda alla colonizzazione del sistema solare. Basti pensare che se la società si evolverà verso il post-umano il prolungamento della vita biologica dovuto a nuove ideazioni in medicina, in cibernetica o nel campo delle nanotecnologie potrebbe portare ad una esplosione demografica senza precedenti.

   Un prolungamento della vita media di ciascun essere umano anche solo del 200% porterebbe ben presto ad una contingente scarsità di risorse alimentari, energetiche e di spazi vitali. L'equilibrio biologico del sistema Terra potrebbe cosi andare al collasso; l'unica alternativa a questo sta nella colonizzazione dello spazio.

   Purtroppo attualmente non si sta facendo nulla in questo senso. Le tecnologie per impiantare una base spaziale sulla Luna, dalla quale poi inviare i materiale di costruzione per la colonizzazione di Marte, sono disponibili dagli anni 70. Sono passati quasi 40 anni e siamo ancora qui, a bivaccare su questo pianeta. Perchè? Perché le missioni nello spazio costano troppo! La realtà è che la Terra ci offre ancora un asilo comodo e risorse di cibo ed energia per la sopravvivenza in assoluta sovrabbondanza e a basso costo; al contrario la colonizzazione di Marte comporterebbe dispendio di tempo, denaro, energie. Ma sentiamo cosa dice lo scienziato-scrittore Arthur Clarke riguardo al conservatorismo tecnologico:

"Immagini un pesce tradizionalista che, un miliardo di anni fa, diceva ai suoi parenti divenuti anfibi: «La vita sulla terraferma non è paragonabile a quella marina. Noi stiamo bene quaggiù dove ci troviamo». E così fecero i pesci, e sono rimasti pesci!"

   Ma si deve pensare anche ad un altro problema: basterebbe oggi un solo asteroide (leggi articolo correlato) di appena 60 Km di diametro per estinguere il 95% dell'umanità e del resto della vita. Senza considerare che quegli sfortunati che sopravvivessero sarebbero retrocessi, tecnologicamente parlando, al medioevo. E' probabile che le future generazioni umane che nasceranno su Marte si adatteranno con mutazioni specifiche alla gravità del pianeta ed avvieranno il loro sviluppo abitando, con relative piante ed animali, in una apposita biosfera sotto calotte di vetro con atmosfera pressurizzata. Nel giro di soli 100 anni essi potrebbero divenire assolutamente diversi da come siamo noi tanto che non potrebbero più tornare ad abitare sulla Terra. Non è da escludere una bonifica di Marte effettuata con la conversione della sua atmosfera ed immense operazioni di terraforming. La colonizzazione dello spazio esterno al sistema solare sarà invece riservata ad un'era post-umana, il perché lo capirete continuando a leggere.

 

Oltre il sistema solare: le stelle prossime

   Quello che c’è oltre il sistema solare, date le attuali possibilità di esplorazione umana dello spazio, è un vuoto molto profondo. Va considerato infatti che le stelle più vicine: Alfa Centauri A e B, assieme alla nana rossa Proxima Centauri, sono distanti 4.3 anni luce (che abbrevieremo in seguito in AL). La prima di esse è anche abbastanza simile al Sole come classe spettrale e potrebbe avere in orbita pianeti compatibili con la vita. Il problema è che la distanza citata equivale a 40.678.000.000.000 di km (poco più di 40.000 miliardi di km)! Ossia circa 5300 sistemi solari affiancati l’uno accanto all’altro.

   Con le attuali astronavi a propulsione chimica, capaci di raggiungere velocità massime di 100.000 Km orari occorrerebbero 46.000 anni per raggiungere il sistema stellare a noi più vicino. In ordine di distanza vi è poi la Stella di Barnard a 5.96 anni luce, ma si tratta di una debole nana rossa del diametro di 1/10 di quello solare e il cui (eventuale) sistema di pianeti non sarebbe adatto a supportare la vita. Un’altra nana rossa è la Wolf 359 distante 7.78 anni luce. Inadatta anche essa alla vita ma molto famosa in quanto citata spesso nella serie Star Trek come luogo di scontro tra la razza umana e gli organismi pseudo cibernetici chiamati “Borg”. La stella doppia Sirio, la più luminosa del cielo, si trova ad 8.6 anni luce da noi ma essendo 2.4 volte più grande del Sole emette una tale quantità di radiazione che un pianeta come la Terra dovrebbe orbitare a 700 milioni di km di distanza per non essere arrostito. A quella distanza subirebbe però il nefasto influsso gravitazionale della piccola Sirio B. Sempre in ordine di distanza seguono poi alcune nane rosse fino a giungere alla stella Epsilon Eridiani, a 10.52 anni luce da noi. Data la somiglianza col nostro Sole (diametro di 0.85:1) è una delle stelle più studiate in assoluto tanto che nel 2000 si poté dedurre la presenza di un pianeta gigante (simile a Giove) dalle sue anomalie orbitali. Anche la fantascienza ha spesso citato questa stella nei racconti della serie “Robot” di Isaac Asimov. A seguire, in ordine di distanza, troviamo un enorme numero di nane rosse e qualche nana bianca.

   Gli astronomi sono attualmente impegnati nella ricerca di pianeti extrasolari, i quali, beniteso, non risultano visibili ad alcun telescopio, però se ne può dedurre la massa per le anomalie orbitali a cui sottopongono la stella. Ad esempio attorno alla stella Gliese 876 (a 15.34 AL) nel 1998 furono individuati due pianeti di massa gioviana. La costruzione di un nuovo e potente telescopio spaziale o lunare, tristemente rinviata per mancanza di investimenti, ci consentirebbe di esplorare il cosmo e di comprenderne i segreti.

 

Dimensioni della nostra galassia

   La nostra galassia si chiama Via Lattea ed è del tipo a spirale barrata di dimensioni medie. Acquisisce questo nome (scientificamente alquanto infelice…) per il fatto che di notte, in una zona con cielo perfettamente buio, in assenza di Luna, e dopo aver adattato l’occhio umano alla totale oscurità (occorrono circa 15 minuti), si può osservare il centro della galassia a cui il nostro sole appartiene. Essa appare ad occhio nudo come una scia biancastra che solca il cielo. In fotografia astronomica a media esposizione (vedi figura in basso) essa si rivela invece in una immagine spettacolare con zone più o meno dense di luce e nebulose di gas incandescente di color magenta. Per eseguire questa fotografia è sufficiente un semplice teleobiettivo da 50 mm aperto ad F 1.8 e non occorrono telescopi.

La nostra galassia (Via Lattea) appare nel cielo come una scia biancastra e disuniforme

 

   Poiché il sole si trova in una posizione decentrata rispetto al centro del disco galattico noi possiamo vedere la zona centrale del disco medesimo di taglio. Ecco perché tale zona ci appare come una scia con in risalto una zona centrale (il nucleo galattico) più ricca di stelle. Si ipotizza che al centro del nucleo galattico vi sia un buco nero di grandi dimensioni.

   Le dimensioni della Via Lattea riportano un diametro medio di 78.000 anni luce mentre il centro galattico dista da noi poco meno di 27.000 anni luce. Tuttavia la galassia si estende complessivamente per 100.000 anni luce dato che attorno ad essa è presente un alone sferoidale composto da vecchie stelle e ammassi globulari. Per percorrere il diametro galattico con gli attuali mezzi umani, ossia con la nostra navicella che viaggia a 100.000 Km/h, occorrerebbe quasi un milione di anni! Il numero di stelle della nostra galassia è stimato in 200 Miliardi ma ci sono scienziati che affermano che tale numero è approssimato (e di molto) per difetto.

La nostra galassia - La Via Lattea - ha un diametro di 78.000 anni luce, il sole dista 27.000 a.l. dal centro

 

Il gruppo locale

   La nostra Galassia non è isolata nell’universo ma fa parte di un gruppo locale di galassie che a sua volta fa parte di un superammasso di galassie. Il Gruppo Locale comprende più di 30 galassie tra cui le più significative, in ordine di dimensioni sono la Galassia di Andromeda, la Via Lattea e la Galassia del Triangolo. Con un binocolo ad ampia apertura in un sito buio è possibile visualizzare la Galassia di Andromeda come una diffusa nube biancastra estesa quasi quanto il disco lunare. Il centro gravitazionale del gruppo locale si trova da qualche parte tra la Via Lattea e la Galassia di Andromeda. Le galassie del Gruppo Locale occupano uno spazio di 10 milioni di anni luce di diametro e sono legate gravitazionalmente al superammasso della Vergine, detto anche superammasso locale, distante 60 milioni di anni luce. I due membri più massicci del Gruppo sono la Via Lattea e la Galassia di Andromeda. Entrambe galassie a spirale, ognuna di esse ha un sistema di galassie "satelliti". Il sistema di satelliti della Via Lattea consiste della Grande Nube di Magellano, Piccola Nube di Magellano e galassie minori. Il sistema di Andromeda è composto da M32, M110 ed altre galassie minori. La figura in basso riporta una visuale del gruppo locale ma le distanze non sono in scala, essa serve solo a “rendere l’idea”.

Il gruppo locale delle galassie vicine alla nostra si estende per 10 milioni di anni luce

 

 

I superammassi di galassie

   I gruppi di galassie sono al loro volta collegati in ammassi e superammassi che si influenzano gravitazionalmente in modo reciproco. Simulazioni al calcolatore relative alla struttura dell’Universo su larga scala producono immagini come quella che potete vedere in basso. Si tratta dei cosidetti “filamenti” con cui i vari superammassi sono collegati. Questo è quello che vedrebbe un ipotetico osservatore che potesse osservare una porzione di un cubo di un miliardo di anni luce di lato.

Simulazione al calcolatore della struttura dell'universo su grande scala

 

I limiti dell’Universo

   L'universo osservabile, composto da tutto ciò che può averci influenzato dal momento del Big Bang, secondo i fisici esso risulterebbe “finito” dato che la velocità della luce, cioè la massima velocità a cui un fenomeno fisico può propagarsi, è anch'essa finita. L'orizzonte cosmico si trova a 13,7 miliardi di anni luce di distanza. La distanza effettiva di questo orizzonte è però più grande, perché nel tempo trascorso affinché la luce sia arrivata fino a noi, questo bordo ha continuato ad espandersi. Si stima che si trovi a circa 50 miliardi di anni luce (4,7×1023 km). Questo comporterebbe che il volume dell'universo osservabile sia di 5×1032 anni luce cubici (assumendo che questa regione sia sferica). L'universo osservabile contiene circa 7×1022 stelle, organizzate in circa 1011 (cento miliardi) di galassie, le quali si riuniscono in gruppi e ammassi di galassie e in superammassi. Recenti osservazioni condotte col Telescopio Spaziale Hubble suggeriscono un numero ancora maggiore di galassie. Riguardo alla forma, se la teoria del Big Bang risulta vera l’universo si sarebbe espanso in modo sferico. Molti cosmologi ritengono che l'universo osservabile sia (quasi) piatto, esattamente come la superficie della Terra è (quasi) piatta.

   Occorre poi stabilire se l'Universo sia topologicamente connesso oppure no. Secondo il modello del Big Bang, l'Universo non ha un confine spaziale, ma potrebbe comunque essere spazialmente finito. Questo può essere compreso mediante un'analogia con le due dimensioni: la superficie della Terra non ha confini e chi dovesse percorrerla tutta in circonferenza ripasserebbe sul punto di partenza. Tuttavia tale superficie (sferica) ha un'area finita e calcolabile. Per l'universo si può pensare ad un cilindro, e poi immaginare di liberarsi dalle costrizioni imposte dalla geometria ordinaria e immaginare di unire le due estremità del cilindro, ma senza piegarlo. Anche questo è uno spazio a due dimensioni con un'area finita, ma a differenza della superficie terrestre è piatto, ed è quindi un modello migliore.

Una immagine stupenda (che personalmente trovo "poetica") prodotta dal telescopio spaziale, e che ha richiesto una esposizione fotografica durata ben 10 giorni, è la famosa Hubble Deep Field (deep field - campo profondo). Si tratta di una piccola zona di cielo nella costellazione dell'orsa maggiore quasi del tutto priva di stelle appartenenti alla nostra galassia. Una specie di vuoto cosmico per i telescopi terrestri che non vi rilevavano nulla. Il telescopio orbitante Hubble potè invece rilevare, in uno spazio che si supponeva quasi vuoto, un enorme numero di galassie lontane, di cui alcune, quelle di colore azzurro, che sono in fase di prima formazione. L'esperimento fu poi ripetuto anche per l'emisfero sud determinando anche qui un congruo numero di galassie lontanissime. Ciò diede luogo a nuove teorie che affermano che l'universo è molto uniforme su grande scala e mette in dubbio qualche aspetto della teoria del Big Bang in favore della teoria dello Stato Stazionario che invece suppone che l'universo sia infinito e sempre esistito. La seguente immagine è in altissima risoluzione, visibile facendo click sul link in blu qui sotto. Essa rappresenta in assoluto la visione dell'Universo più distante che l'occhio umano possa mai avere visto. Consiglio di scaricarla e visualizzarla alla dimensione nativa di 100% con un visualizzatore di immagini, ad esempio Fast-One viewer: HUBBLE DEEP FIELD.

 

Il paletto di Einstein

Ricapitoliamo: una astronave realizzabile con le attuali tecnologie (propulsione chimica) che viaggi a 100.000 km/ora per raggiungere il sistema stellare più vicino (Alpha Centauri) impiegherebbe 47.000 anni. Per percorrere il diametro della nostra galassia, la Via Lattea, ci vorrebbe più di un 1 miliardo di anni mentre per raggiungere la galassia di Andromeda, che fa parte del nostro “gruppo locale” occorrerebbero 25 miliardi di anni.

   Sono ovviamente distanze inimmaginabili e non proponiamo nemmeno il tempo che occorrerebbe per raggiungere una galassia ai limiti dell’universo conosciuto. La tabella di seguito può aiutare a comprendere meglio ed a riassumere l'entità delle distanze:

 

Distanza in Anni Luce

Sistema solare interno (entro l'orbita di Marte)

12 minuti luce

Sistema solare (entro la fascia di Kuiper)

8 ore luce

Sistema stellare più vicino (Alpha centauri)

4.3 anni luce

Diametro della nostra galassia (Via Lattea)

100.000 anni luce

Galassia del gruppo locale (Andromeda)

2.3 milioni di anni luce

Superammasso locale (Vergine)

60 milioni di anni luce

Limite dell’universo visibile

13.7 miliardi di anni luce

    Ammettiamo ora che una società post-umana riesca ad inventare una nuova forma di energia a basso costo, ad esempio la fusione nucleare controllata. Ebbene, si potrebbe pensare che una astronave con motore a fusione, rispetto ai rozzi propulsori a reazione chimica attuali, potrebbe disporre di velocità maggiori. Questo è sicuramente vero ma comunque, in ogni caso, tale astronave non potrebbe mai superare la velocità della luce, pari a 300.000 km/sec.

   La teoria della Relatività Generale di Einstein impone che un oggetto di massa “m” maggiore di zero non può superare o eguagliare la velocità della luce. Ciò proprio a causa del risultato della famosa equazione E=mc² (E=Energia, m=massa, c=costante della velocità della luce), che definisce l'uguaglianza tra massa ed energia. All'aumentare della velocità di un corpo aumenterebbe quindi la massa del corpo stesso, all'approssimarsi della velocità della luce la massa di tale corpo tenderebbe all'infinito, quindi, per spostarsi, avrebbe bisogno di una quantità infinita di energia; questo ovviamente è paradossale.

   Queste conseguenze derivano dal fatto che ogni oggetto ha una massa, e la massa equivale ad energia. All'aumentare della velocità dei corpi il tempo rallenta e lo spazio si contrae, i calcoli di Einstein dimostrano anche un aumento della massa proporzionale all'energia che serve a muovere il corpo stesso. Per approssimarsi alla velocità della luce i corpi hanno bisogno di sempre maggior energia per accelerare, e questa si traduce in un aumento della massa fisica dell’oggetto. Tutto ciò significa che non solo non si può superare la velocità della luce ma che non si può nemmeno approssimarsi ad essa senza subire effetti relativistici quali l’aumento di massa e la contrazione del tempo.

   In realtà, al di là del fattore relativistico, un oggetto che viaggiasse solo al 33% della velocità della luce (100.000 Km/sec) impatterebbe contro la materia fissa presente nello spazio interstellare in modo disastroso. E non parliamo qui di piccoli meteoriti, anche la semplice polvere interstellare o addirittura una rarefatta nube di idrogeno a quelle velocità impatterebbe sullo scafo dell'astronave come fosse una scia di raggi gamma ad alta energia. Nello percorso di qualche anno luce lo scafo della nave diverrebbe talmente radioattivo da uccidere gli occupanti umani.

   Tirando le somme, a meno che non saranno scoperti nuovi principi nella fisica che rendano utilizzabili tecnologie di "salto dimensionale", "passaggi worm-hole", o cose che attualmente appartengono alla fantascienza come la "velocità curvatura", l’umanità attuale risulta confinata nel sistema solare. Occorrerà probabilmente qualche secolo prima che si sviluppi una tecnologia capace di farci raggiungere le stelle prossime ed è altamente probabile che non riusciremo mai ad uscire dai limiti dello spazio della nostra galassia.