di Ugo Spezza
Oggi il vostro videofonino ha una potenza di
elaborazione pari a quella di un supercomputer della NASA degli anni
'70 e capacità multimediali (fotografia, registrazione-riproduzione audio,
ripresa e trasmissione video...) che solo 30 anni fa richiedevano un intero studio
di regia ed un sistema di broadcast televisivo professionale per
essere esercitate. Oltre a ciò esso dispone di una banda di
comunicazione (Hdspa) di ampiezza 200 volte maggiore alle
reti militari dedicate degli anni '70.
La sofisticazione che
hanno raggiunto questi dispositivi palmari è tale che la quasi
totalità delle persone usa al massimo il 5% delle numerosissime
funzionalità di cui sono dotati. Il restante 95% rimane del tutto
inutilizzato.

Nella figura in alto si può vedere l'evoluzione
della complessità della interfaccia utente, ovvero del sistema
operativo dei telefoni cellulari nel corso del tempo. Il primo
cellulare a sinistra è del 1994, trasmette via Gsm a 38.4 kbit/secondo
ed ha una interfaccia di menù abbastanza semplificata come mostra la
mappa immediatamente a destra. Il cellulare di seconda generazione
al centro, datato 2002, trasmette a 200 kbit/secondo ed ha una
interfaccia di menù cinque volte più complessa rispetto al suo
predecessore dato che dispone di alcune funzioni multimediali. Il
cellulare di terza generazione a destra trasmette dati a ben 7200
kbit/secondo ed ha una interfaccia di menù spaventosamente complessa
tanto che per essere gestita dal cervello umano tutte le varie
funzioni sono state semplificate tramite iconizzazione (una icona
per ogni funzione). Quindi in soli 15 anni, dal cellulare 1a
generazione a quello di 3a, abbiamo assistito ad un aumento della
capacità di trasmissione dati (o banda) di ben 187 volte (!) e ad un
aumento della complessità dell'apparecchio di due ordini di
grandezza. Tutto ciò è stato reso possibile dalla evoluzione dei
microprocessori, evoluzione che segue la cosiddetta "Legge di Moore"
che afferma che ogni 18-24 mesi la potenza di elaborazione di questi
piccoli "cervelli digitali" raddoppia.
Il fenomeno è evidente nella
evoluzione del Personal Computer (Pc), il cui processore è evoluto dai
29.000 transistor del primo Pc Ibm nel 1980 (Intel 8086) agli
810.000.000 del più recente processore (Intel i7) con un aumento
della complessità circuitale pari a 28.000 volte (!). Le memorie dei
primi computer erano di circa 64 Kbyte contro gli 8.000.000 di Kbyte
dei desktop recenti, in questo caso la complessità circuitale è
salita ancora di più; parliamo di 125.000 volte!
L'aumento della complessità di questi
apparecchi è però solo parzialmente giustificata dalle loro
"prestazioni" in quanto una moderna azienda, ove necessiti di
automatizzare le solite pratiche di gestione, contabilità e
trasmissione elettronica dei documenti, potrebbe operare anche
usando dei Pc di 10 anni fa, con un decremento della produttività
poco significativo (1). Ciò accade perché all'aumento della velocità dei
microprocessori si è accompagnata una sempre maggior "pesantezza"
dei sistemi operativi che si sono realizzati nel tempo. La prova sta
nel fatto che se si va ad accendere un Pc del 1998 e applicativi
Office dell'epoca ci si accorge che pur avendo esso una dotazione
hardware obsoleta (Pentium III e 256 Mb Ram) rispetto ad un hardware
attuale (Core i7 e 8000 Mb di Ram) esso avvierà il sistema operativo e
i programmi con la stessa velocità di un computer recentissimo. Ciò
accade perché il vecchio Pc opera con Windows 98 mentre il nuovo Pc
adotta Windows 7 e quest'ultimo sistema operativo ha richieste
hardware ingenti rispetto al predecessore. Per quale motivo? Perché
nel frattempo è cresciuta abnormemente complessità e numero
delle funzioni che deve svolgere.
A cosa servono i computer?
Ma a che cosa servono i computer? Quando
entriamo in un moderno ufficio vediamo persone "immerse" nel loro
monitor, tanto che spesso ci accorgiamo che è anche difficile destarne l'attenzione
con un richiamo. La risposta alla nostra domanda la può dare uno
slogan pubblicitario di Microsoft: "Risparmia tempo prezioso con la
nuova versione di Windows. Fai di più in meno tempo."

Certo, fare di più in un tempo minimo;
ma il cervello umano è capace di adattarsi a questo? La vendita degli psicofarmaci nel mondo negli
ultimi 30 anni ha subito uno sbalzo verso l'alto che non trova
paragoni nei decenni precedenti, nemmeno durante la guerra fredda.
Negli USA, paese tecnologicamente molto avanzato, dal 1996 al 2005 è
raddoppiato il consumo degli psicofarmaci, nel 2008 vi sono state
164 milioni di prescrizioni di antidepressivi(2) per una spesa totale
di 9.6 miliardi di dollari (ci si poteva costruire una stazione
spaziale sulla Luna!). I microchip hanno invaso il pianeta Terra!
Rispetto ad una casa del 1980, che contava solo una dozzina di
microchip, oggi gli oggetti tecnologici presenti in una moderna
abitazione: tra computer, cellulari, televisori, monitor,
videoregistratori, ecc. ci portano in media almeno tremila di questi
piccoli cervelli elettronici in ogni casa! E li portiamo persino
addosso attraverso il cellulare, lettore Mp3 o l'orologio al quarzo.
I microchip
e i milioni di chilometri di cavi e ponti wireless che li
interconnettono ci costringono a ragionare
in modo più rapido. Un banale esempio ne sono gli sms: "cmq 6 la+ 6 sxme, nn tv
perdere, ris."; che tradotto in linguaggio "umano" vuole dire: "comunque sei la migliore, sei
speciale per me, non ti voglio perdere, rispondimi subito".
 |
Ma
torniamo allora alla nostra domanda: a cosa servono i computer? Una
parziale risposta la può dare un banale foglio di calcolo
(Microsoft Excel) che vedete nella figura a sinistra. Pur
essendo esso molto semplificato se si tocca quel valore
(5000) segnato in giallo nella colonna [B] una serie di
formule di contabilità va ad aggiornare sia la colonna dei
versamenti [C] che quella del debito [D] ridefinendo molti
dei valori, incluso il totale, nella colonna di incidenza
percentuale [E]. Per eseguire tutta questa mole di calcoli
"a mano", ossia con carta e matita ci vorrebbero una decina
di persone, ognuna delle quali si occupa di aggiornare un
dato, e il totale dei calcoli, per ogni variazione di un
numero nella tabella, necessiterebbe di circa un ora per
essere portato a termine. Oltre a ciò va considerata la
possibilità (o la quasi certezza) che tra le 10 persone ce
se sarà una, o più di una, che commetterà errori nel calcolo
e per questo quell'ora potrebbe divenire un'ora e mezza per
le correzioni. |
Ma non è finita;
c'è anche da considerare l'approssimazione del calcolo di ciascun
essere umano che al massimo potrà raggiungere la 3a cifra decimale
dopo la virgola. Da qui si va a produrre un totale che a causa delle
successive iterazioni, pur eseguendo correttamente i singoli
calcoli, viene ad essere affetto da un errore di approssimazione
significativo. Ma ecco che invece arriva il "computer" e risolve di
colpo tutti questi problemi:
- assenza di errori
nei calcoli
- ogni calcolo è
eseguito in un decimo di secondo anziché in un ora
- approssimazione alla
23ma cifra decimale.
Si badi bene che per effettuare i calcoli della
tabella in questione non è strettamente necessario un computer
recente, anche un arcaico IBM Pc del 1980, trentamila volte più
lento di un elaboratore attuale, potrebbe eseguire tali
calcoli con una velocità migliaia di volte maggiore rispetto a un
gruppo di matematici umani.
Va considerato infine che la tabella in
questione è particolarmente semplice. Se si considera invece un
programma contabile di un'azienda che necessita di un database e di
decine di fitte tabelle con svariati input/output di dati il calcolo
umano sarebbe di certo impossibile. Difatti prima dell'avvento del
computer le aziende erano gestite tramite il cosiddetto "giornal
mastro", un librone di carta su cui si riportavano a penna calcoli
relativi a entrate, uscite e movimenti di magazzino. Ogni
movimentazione poteva richiedere ore per essere messa in atto. Oggi un
data warehouse di una grande banca può gestire miliardi di transazioni di
dati al secondo e spostare immense quantità di denaro, fondi e
titoli per mezzo pianeta nel giro di pochi secondi.
I microprocessori dei computer gestiscono ormai
ogni nostra attività: conti bancari, viabilità stradale e aerea,
grande distribuzione di alimenti e materie prime e in genere tutte
quelle attività che sostengono la vita. Ne segue che:
oggi un blocco dei computer a livello
mondiale avrebbe ripercussioni disastrose sulla vita dell'uomo sulla
terra. In altre parole la nostra dipendenza dai computer,
ogni anno che passa, diventa sempre più stringente e alla fine
diverrà imprescindibile.
Il
"Fattore Intelligenza"
Ma perché abbiamo demandato ai computer
attività "vitali" come quelle della gestione del denaro e della
distribuzione di risorse primarie per la vita? Per trovare la
risposta occorre fare un salto indietro nel tempo: l'evoluzione darwiniana ha favorito nel corso degli
ultimi 4.4
milioni di anni quelle forme ominidi che sono state in grado di
gestire al meglio il "fattore intelligenza".
Le altre forme sono andate estinte; la figura in basso testimonia in
modo inequivocabile che l'evoluzione della capacità cognitiva,
legata alle dimensioni del cervello, abbia dato maggiori possibilità
di sopravvivenza e di progenie
a quegli ominidi che si sono rivelati in grado di eseguire una
"manipolazione dell'ambiente".

In particolare i ritrovamenti fossili dei primi
utensili in pietra risalgono all'epoca dell'homo habilis.
L'evoluzione ha in seguito favorito l'homo sapiens il quale, grazie
al "fattore intelligenza" negli ultimi 200.000 anni è riuscito a
scoprire il modo di lavorare i metalli passando per l'età del rame a
quella del bronzo e a quella del ferro per utilizzare strumenti
tecnologici sempre più sofisticati. In seguito, quando la
capacità del cervello umano ha raggiunto un punto critico, i primi
ominidi riuscirono a trovare un nuovo modo per comunicare tra loro,
diverso da tutto quello che prima era esistito: il linguaggio
fonetico.
Si badi bene che anche un branco di lupi a caccia di una
preda è capace di attivare una intensa comunicazione tra i vari
membri del gruppo al fine di portare a termine al meglio
l'operazione. Quello che avviene però in un gruppo di ominidi che
cacciano e che usano il linguaggio fonetico per comunicare tra loro,
rispetto al gruppo di lupi, è che la quantità e la qualità della
informazione trasmessa tra i vari membri è notevolmente
maggiore. Ovvio che per poter gestire una maggiore quantità e
complessità dei segnali (o dati) in arrivo e in partenza
(input/output) si ha bisogno di un elaboratore del pensiero (il
cervello) avente maggiori prestazioni. Quello dei lupi è troppo
"grezzo" e quindi può gestire solo segnali estremamente semplici.
Possiamo così definire un "essere superiore",
da un punto di vista evolutivo darwiniano, quello che è in grado di
elaborare, tramite il "fattore intelligenza", una più grande
quantità di informazione nell'unità di tempo. In altre parole
dispone di una
maggiore potenza cognitiva.
Una
accelerazione nel processo evolutivo
Quando la quantità di informazioni accumulate
era divenuta insostenibile per un passaggio "orale" dei dati appresi
durante una vita da una generazione all'altra l'uomo ha ideato la
scrittura. I primi esempi concreti di scrittura cuneiforme (wikipedia)
possono essere fatti risalire a 5500 anni fa. Con l'ideazione della
scrittura siamo passati in quella fase evolutiva che il grande scienziato
Stephen Hawking descrive come la "trasmissione
esterna della informazione" (articolo in HomePage). Esterna perché un libro scritto
che rappresenta le memorie di un uomo può essere letto anche in
assenza dello stesso o anche se lo stesso è defunto. Ne segue che se
un eccellente agricoltore ha messo per iscritto delle nuove tecniche
di coltivazione dei terreni le stesse sono potute passare alla
generazione successiva che ne potrà beneficiare anche in sua
assenza. Non solo, tale libro potrà in seguito essere integrato con
nuove informazioni che verranno trasmesse migliorando ulteriormente
la qualità della vita e quindi le possibilità riproduttive della
progenie.
Si tratta quindi di una "indipendenza
funzionale dell'informazione" in quanto essa, dopo l'avvento della
scrittura, può essere trasportata non solo nello spazio (copie
multiple del possono raggiungere regioni lontane ove l'agricoltore
non si sarebbe mai recato) ma anche avanti nel tempo (il libro
rimane dopo la morte di chi lo ha scritto per un tempo indefinito).
Inoltre il libro è sempre disponibile per successive riletture, cosa
che risolve il problema della dimenticanza di parte delle
informazioni apprese.
Se vogliamo pensarla in questi termini la scrittura costituisce
dunque un "potenziamento cognitivo" delle capacità naturali del cervello umano, in
quanto consente di estendere l'informazione derivante da conoscenze
ed esperienze del singolo individuo e di distribuirle meglio tra la
moltitudine degli altri esseri umani. Quindi abbiamo due
funzioni: la prima consta nel fissare l'informazione nel tempo,
rendendola disponibile indipendentemente dal cervello che l'aveva
elaborata. La seconda consta nella distribuzione dell'informazione,
possibile realizzando copie multiple dello stesso libro, ad una
moltitudine di individui.
Ciò ha consentito la nascita della
tecnologia e rispetto ai millenni precedenti un ipotetico grafico
avrebbe presentato un picco in salita in corrispondenza di 5500 anni
fa. Si può dunque affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio,
che vi è stata una accelerazione repentina del progresso umano a
seguito della ideazione della scrittura. Un secondo picco di
accelerazione del grafico è avvenuto dopo l'invenzione della stampa
nel 1455 d.c. ad opera di Gutemberg, invenzione che ha reso
possibile distribuire l'informazione scritta su larga scala.
I
limiti del cervello umano
Il cervello biologico è un complesso
elaboratore elettrochimico in grado di interfacciare un organismo
vivente con il mondo esterno basandosi sui cinque sensi: vista,
udito, tatto, odorato. La sua funzione primaria è quella della
esplorazione dell'ambiente per far si che l'organismo trovi ciò di
cui necessita per il suo sostentamento (cibo, acqua) e consentire
così la sua sopravvivenza ontogenetica (del singolo). La sua funzione secondaria,
ma altrettanto importante, è anche quella di garantire la
sopravvivenza filogenetica (della specie), ossia la possibilità che l'organismo
riesca a trovare un partner per la riproduzione e gestire rituali e
problematiche conseguenti (corteggiamento, lotta intraspecifica) per
riprodurre copie geneticamente simili, ma non uguali, di se stesso.
In tempi recenti abbiamo scoperto che i
computer non solo sono in grado di manipolare l'informazione ma sono
in grado di farlo meglio del nostro cervello biologico. Quindi
affidiamo ai computer tutte quelle attività che richiedono calcoli
complessi o iterazioni ripetitive, attività per le quali la
selezione naturale, nel cervello biologico, non ha prodotto risultati significativi. Dei limiti del cervello umano ha parlato di
recente lo scienziato Bruce Katz, docente di Intelligenza
Artificiale all'Università di Philadelphia ed autore del libro Neuroengineering
the Future. Katz delinea i limiti del cervello umano nell'era della
Information Tecnology in sei punti (la voce numero 7 è dal
sottoscritto):
-
Limitazioni della
memoria a breve termine - (il
cervello umano perde molti dei dati che elabora, ad esempio
leggendo un libro al termine non si ricordano che pochi concetti
chiave.)
-
Significative
limitazioni di memoria a lungo termine -
(un laureato in Fisica, dopo 20 anni dalla
laurea, se non esercita una professione attinente al campo di
studi, non ricorderà che poche e vaghe nozioni di quello che ha
studiato.)
-
Forti limitazioni sulla
velocità di elaborazione -
(anche se il cervello è un sistema altamente parallelo, ogni
neurone è un processore molto lento)
-
Limiti della razionalità
- (il credere ai dogmi delle
religioni, nelle superstizioni, negli oroscopi e nel
sovrannaturale ne sono un esempio)
-
Limiti della creatività
- (Katz afferma che la maggior parte
delle persone passano tutta la loro vita senza un significativo
contributo creativo per l'umanità).
-
Limiti del numero di
concetti che possono essere trattenuti nella coscienza in una
sola volta - (non riusciamo a
concentrarci su più di una operazione complessa alla volta o su
poche operazioni semplici alla volta)
-
Limiti nell'upgrade (aggiornamento)
- Come tutti i substrati di tipo biologico derivanti da
evoluzione della specie di tipo darwiniano non vi sono varianze
significative tra il cervello di un individuo e un altro. Per
aggiornare in termini di potenza cognitiva un cervello umano
occorrerebbe attendere i tempi "naturali" tipici del
sopravvenire di una mutazione dominante (decine di migliaia di
anni).
Il testo
completo da cui sono stati tratti questi stralci è disponibile su
Beyond Human. Katz parla senza peli
sulla lingua di "inadeguatezza" del cervello umano, in particolare
egli afferma:
« In definitiva, vogliamo
essere liberi dai limiti del cervello umano. Ci sono troppe
difficoltà insite nella sua progettazione improvvisata... »
Il computer come potenziatore
cognitivo
A partire dagli anni '50 del secolo scorso
l'uomo ha scoperto che i computer possono aiutarci molto a risolvere
le deficenze dei sette limiti elencati appena sopra. Non solo perché sono in grado di eseguire compiti improbi
ad un cervello umano ma anche perché trattengono le informazioni in
modo molto più affidabile; vediamo come:
-
Memoria a breve termine - Il computer non dimentica
nemmeno un bit di dati di informazione appresa.
-
Memoria a lungo termine - grazie a quelle che si
definiscono "memorie di massa" (dischi rigidi, nastri magnetici,
dischi ottici ecc.) i dati possono essere trattenuti quasi
indefinitamente. La mole di dati memorizzata può essere enorme
(ad esempio una enciclopedia comprendente l'intero sapere
dell'umanità). Inoltre tali dati possono essere richiamati con
rapidità eccezionale.
-
Velocità di elaborazione - Un moderno computer è in grado
di elaborare dati numerici, matrici e file di dati con una
velocità milioni di volte superiore a quella di un cervello
umano.
-
Numero
di programmi elaborabili in una sola volta - i recenti Pc,
in particolare quelli multiprocessore, sono in grado di far
funzionare numerosi programmi contemporaneamente (multitasking)
ed elaborare numerose e contemporanee iterazioni avviate da
ciascuno di essi (multithreading).
-
Ampie possibilità di Upgrade
- Gli aggiornamenti dei computer, come abbiamo visto nel
precedente paragrafo che ha trattato della evoluzione dei
processori, si susseguono a ritmo incalzante a livello di
architettura hardware. Meno a livello software poiché
quest'ultimo deve essere sviluppato sempre dal cervello umano e
quindi si evolve molto più lentamente.
Ecco quindi che
in quei compiti di puro calcolo ove il cervello umano non arriva
esso chiede l'assistenza ad un cervello elettronico esterno: il
computer. Possiamo dunque definire una macchina elettronica di tal
guisa come un potenziatore cognitivo. Si tratta a tutti gli effetti
di una versione 2.0 del primo potenziamento cognitivo rappresentato
dalla scrittura. A dimostrarlo è il fatto che oggi nessuna azienda
tiene più la sua contabilità con il giornal mastro (scrittura a mano
e registrazione) ma lo fa con mezzi informatici (computer connessi
in rete).
Detto ciò non
sono tuttavia d'accordo con Bruce Katz quando afferma che il
cervello umano è "inadeguato". Il cervello umano, derivato da una
evoluzione ominide di tipo biologico nel corso degli ultimi 100.000
anni è più che adeguato; anzi è il meglio che si possa trovare in
natura (e forse nell'universo). Il fatto che la maggior parte di noi
abbia pessime capacità di calcolo matematico e di memoria a
breve/lungo termine non è dovuto a delle limitazioni del cervello
organico ma alla sua sintesi evolutiva. Vi sono esempi lampanti in
tal senso come quello di John Von Neumann. All'età di sei
anni era in grado di ricordare intere pagine di elenco telefonico
che gli venivano mostrate per pochi istanti, quindi non soffriva di
deficit di memoria a breve termine, era anche in grado di eseguire
divisioni rapide di numeri fino ad 8 cifre, quindi non soffriva di
deficit di elaborazione matematica come la media degli esseri umani.
Altrettanto si può dire degli "idiot savant" come Kim Peek il
quale è in grado di leggere un libro in solo un'ora e ricordare il
98% dei suoi contenuti invalidando così il deficit della memoria a
lungo termine.
E' probabile che
nel corso dei 100.000 anni di evoluzione che ci ha riguardato vi
sono stati migliaia di casi di homo sapiens dotati di queste facoltà
eppure gli stessi non hanno avuto l'opportunità di trasmetterle alla
discendenza (ovvero a noi). Il motivo è da ricercare nel fatto che
l'uomo del neolitico non aveva bisogno di tali facoltà, se Von Neumann fosse nato in una tribù primitiva in centr'Africa non
avrebbe mai sviluppato le sue potenzialità cognitive, anzi le stesse
in quella situazione gli sarebbero state d'impaccio visto lo scarso
adattamento che le persone mentalmente superdotate hanno nella vita
quotidiana tendendo esse alla solitudine, alla depressione e persino
alla skizofrenia.
Limitazioni dei cervelli elettronici
Eppure gli attuali
computer, anche quelli più potenti, non
pensano ossia non hanno reali capacità cognitive ed
interpretative del mondo esterno. In altre parole non hanno una
coscienza di sé, eseguono semplicemente calcoli seriali
pre-determinati da un programma e quando termina il programma
cessano di operare. Il programma è ovviamente una serie di
istruzioni definite da un programmatore umano come una serie di
linee di codice inserite nella memoria del computer. Per poter
inserire tale codice di solito si usa un interprete, ossia un
linguaggio codificato ad hoc, ad esempio il linguaggio C++, il
Visual Basic ecc. dato che il linguaggio nativo dei computer (quello
binario) sarebbe inaccessibile, data la sua complessità, al cervello
umano.
Esiste una
branca dell'informatica denominata Intelligenza Artificiale, sin dal
1956(3) essa tenta di produrre computer "intelligenti" ma
senza successo: oggi nessun computer si può definire "intelligente".
Possono ad esempio giocare a scacchi, gestire un
macchinario che esegua operazioni ripetitive o cose anche più
complesse come guidare un piccolo robot facendogli evitare ostacoli
(si pensi ai robot che la Nasa ha inviato su Marte). Le capacità di
apprendimento degli elaboratori elettronici sono pertanto limitate
all'immagazzinamento di dati in un database nella memoria della
macchina secondo schemi preordinati.
Questo tipo di computer,
opportunamente dotati di programmi basati su reti neurali o sistemi
esperti fanno parte di quelle macchine dette Intelligenza
Artificiale "debole". Non sono cioè in grado di interagire, se
non in minima parte, con l'ambiente che li circonda e non sanno
distinguere la loro "presenza" dagli altri oggetti dell'ambiente,
ovvero sono privi di coscienza.
 |
Uno degli esempi più recenti è il robot Nexi,
costruito presso il prestigioso MIT (Massachusetts Institure
of Tecnology). Il suo programma gli consente di muoversi
in un ambiente circoscritto, rispondere ai richiami,
afferrare oggetti senza schiacciarli e posizionarli su un
ripiano in modo ordinato. Può persino riconoscere una
pressione di una mano sui suoi arti metallici grazie a un
rozzo senso del tatto. Sarebbe un ottimo inserviente
elettronico per anziani o disabili non autosufficienti.
Questo è il massimo che la tecnologia riesce oggi a produrre.
L'utilizzo domestico sarà il primo, secondo chi scrive, ad
essere implementato per queste macchine.
Macchine che però non
vantano una vera intelligenza, non sarebbero quindi mai in
grado di superare un Test di Turing né di fare cose che
esulano dai loro schemi di programmazione.
Addentrandoci nella filosofia di Martin Heidegger diremmo che ai computer manca
il fattore "esser-ci", ossia l’essere presenti nel mondo,
nel fenomeno, risultando essi privi di quella pre-comprensione
contestuale che scaturisce dal contatto con la realtà. Ma al di là
dell'aspetto filosofico vi sono compiti cognitivi essenziali
preclusi ai computer, ad esempio il riconoscimento di
strutture visuali complesse come i caratteri della
scrittura, i volti umani, la distinzione di singole parti in
una immagine tridimensionale e in tutti i compiti percettivi
in genere, e non solo nel campo visivo ma anche in quello
auditivo e tattile. |
Il
cogni-duo
Dunque abbiamo
esseri biologici limitati cognitivamente da un lato ed elaboratori
elettronici limitati cognitivamente dall'altro. Allora quale è il
miglior metodo per gestire la complessità del mondo che ci circonda?
Il miglior metodo è sicuramente il
cogni-duo, termine da me coniato(4) per descrivere l'insieme cognitivo formato dal duo "uomo +
computer" visibile nella figura in basso.
 |
A tal
proposito il matematico e studioso di Intelligenza
Artificiale Vernor Vinge afferma:
« Se ponete un laureato assieme
ad un computer, dotato degli opportuni programmi, anche se
disconnesso da Internet, esso, alle prese con i più svariati
test di cultura generale, sarà in grado di superarne
la quasi totalità con risultati brillanti.
»
Cosa che il laureato non riuscirebbe
mai a fare con l'ausilio del suo solo cervello biologico per
le limitazioni cognitive che esso presenta e che abbiamo
esposto appena tre paragrafi or sono. Quindi il
cogni-duo
vanta una potenza cognitiva senza pari. Oggi sul pianeta
Terra non esiste alcun sistema (biologico o elettronico) a
se stante capace di ottenere prestazioni cognitive migliori. |
Ed è per questo motivo che tutti tendiamo e tenderemo
sempre più ad usare i computer!
E
non parlo solo dei desktop da tavolo e notebook ma palmari e netphone
di ogni tipo. Essendo che da
un punto di vista darwiniano l'evoluzione favorisce quegli esseri
dotati di maggiori capacità cognitive ed essendo che il computer
rappresenta un potenziamento neurale significativo del cervello
umano ecco che abbiamo cercato di sviluppare al meglio questa
funzionalità creando computer non solo sempre più potenti da un
punto di vista hardware ma anche dotati di interfacce verso l'uomo
più semplici da usare in modo tale da poterli usare come strumenti
per accelerare la conoscenza e l'interazione col mondo esterno
ovvero per eseguire quella "manipolazione
dell'ambiente" che ci ha consentito già nel neolitico di
emergere come specie dominante.
Queste
interfacce sono quei particolari software chiamati "sistemi
operativi", essi si pongono come intermediari tra il freddo silicio
dei computer e quell'elaboratore elettrochimico che è il cervello
umano. Si pensi solo al successo planetario del sistema operativo
Windows commercializzato nella versione 1.01 nel 1985 e giunto
adesso alla versione 7 nel 2010, successo che ha reso Bill Gates, il
fondatore di Microsoft, l'uomo più ricco del mondo.
Dal
Groupware al networking globale
Inizialmente i
cogni-duo erano isolati, poi abbiamo scoperto che collegando due o
più cogni-duo tra loro lo scambio di informazioni produceva
sinergicamente un ulteriore "burst" di potenza cognitiva. In
particolare questo burst è tanto maggiore quanto più la rete dei
cogni-duo è estesa e quanto più è ampia la banda di comunicazione
tra i singoli elementi, ovvero quanto più rapidamente i dati
viaggiano nella rete.
E' proprio per questo che, da
circa 30 anni, stiamo realizzando sul pianeta Terra reti sempre più
estese di computer e, allo stesso tempo, stiamo cercando di ampliare
la banda di comunicazione con cui queste reti comunicano tra loro.
 |
Da qui
è scaturito il concetto di Groupware, come gruppo di
persone dotate di computer e collegate tra loro in rete.
L'interazione e lo scambio di informazioni tra esse
velocizza di molto le attività umane. Ma attenzione, spesso
si sente dire che: "i computer sono collegati in rete"; questa
affermazione è fuorviante: «non sono i computer ad essere
collegati in rete, sono i cogni-duo ad esserlo!» La dimostrazione sta nel fatto che si
collegano mille computer in rete il trasferimento di dati
tra essi si limita al livello fisico (network layer) ossia a
semplici segnali di sincronizzazione, con poche decine di
Megabyte senza senso logico trasmessi. Al contrario solo una
ventina di cogni-duo connessi trasmetterà sulla rete, se
impegnati ad esempio in un lavoro aziendale, una varietà e
una quantità di dati (application layer) superiore ai mille
computer di cui sopra.
Si pensi ad esempio ad una azienda che
ha bisogno di diramare informazioni ai vari dirigenti, da
qui ai funzionari e da questi ai numerosi dipendenti. Se i
computer non sono collegati in rete si finisce per usare la
carta per distribuire circolari e ordini di servizio. Ciò
comporta una lentezza operativa notevole soprattutto se |
l'azienda
dispone di sedi remote. Poi occorre attendere altra carta in
risposta per vedere se le disposizioni sono state eseguite, con la
lentezza che ne consegue. Se i computer sono connessi in rete invece basta
inviare le circolari per posta elettronica e le stesse sono
ricevute istantaneamente, quindi i dipendenti iniziano prima
ad ottemperare agli ordini e comunicano i risultati in modo
altrettanto rapido. Tutto ciò produce un incremento di
produttività (e di denaro) dell'azienda. Torniamo quindi qui
allo slogan di Microsoft: "Fai di più in meno tempo".
Ma in tale ciclo può essere necessario inviare foto e scansioni
ottiche di documenti le quali richiedono file di grandi dimensioni, pertanto se la rete è lenta impiegherà decine di minuti a
trasmetterle, se è veloce solo pochi secondi. Da qui la sempre
maggior richiesta di "banda di trasmissione dati" da parte delle
aziende del settore produttivo che ha prodotto nel corso
di soli venti anni il passaggio dai lenti modem a 18.800 bit/secondo
alle veloci Adsl e Hdsl da 20 milioni di bit/secondo. E si procede
ancora verso il Gigabit/secondo con la installazione pervasiva di
reti a fibra ottica nelle città in tutto il mondo. E dove non arriva
la connessione via cavo si sono ideate reti via radio (Wireless)
localizzate o reti senza fili a largo raggio (Wimax).
E
ancora: la
miniaturizzazione dei processori ha reso possibile creare
dispositivi portatili che vanno nel palmo di una mano con una
potenza di elaborazione in grado di fornire all'utente sia un
sistema operativo iconizzato- multimediale che un sistema di
comunicazione multimodale: voce, video e web (tramite ponti radio
umts e hdspa). Ne consegue che un dipendente di una moderna azienda
può restare "connesso" 24 ore su 24 sia alla sua azienda che al
resto delle reti del pianeta. Si può pertanto affermare che questi
sistemi di comunicazione avanzata invalidano le distanze
fisiche.
La
legge di Metcalfe e l'espansione dei Network
Robert Metcalfe,
definì negli anni 80 una legge per assegnare un valore di
funzionalità alle reti locali di computer (Ethernet). Tale legge afferma che
questo valore cresce con il quadrato del numero di persone collegate
(N2-N ove N è il numero degli utenti connessi). Ad
esempio una singola macchina Fax da sola non ha utilità (1-1=0 dato
che N=1) ma ampliando il numero di macchine Fax il valore di
funzionalità si accresce velocemente, ad esempio con 4 Fax abbiamo 42-4=12
mentre con 16 macchine fax abbiamo 162-16=250, quindi lo
stesso principio può applicarsi ai cogni-duo connessi in una rete:
più è ampio il numero di connessioni, tanto più è vasta la rete e
tanto più essa è "utile". Questa legge
spiega pertanto l'enorme successo e la diffusione di Internet
passata dai 700.000 utenti connessi nel 1993 (anno in cui viene
fondato il World Wide Web) ai 25 milioni del 1994, anno in cui sono
presenti su Internet 200.000 siti. Gli utenti connessi passano a 700
milioni nel 2000 mentre oggi abbiamo superato il miliardo di utenti
e abbiamo 200 milioni di siti web online. Se ci si pensa sono numeri
impressionanti...
E' da citare anche
un'altra legge, quella di David Reed (MIT) il quale afferma che il
valore di una rete, Internet in particolare, cresce in modo
esponenziale se associato a gruppi con interessi comuni, che
condividono idee, interessi, obiettivi e che abbiano un senso di
appartenenza. Questo spiega il boom planetario dei social network
(reti sociali) quali Facebook, LinkedIn, Twitter, Netlog ecc.
Cosa si deve
intendere per "utilità" di una rete? Credo che si possa rispondere
affermando che una rete amplia le possibilità cognitive, in
particolare quelle di ricerca di dati e documentazione e permette a
noi di inoltrare rapidamente i nostri dati e i nostri documenti ad
altre persone connesse, anche molto distanti da noi, in "tempo
reale". C'è davvero da rimanere meravigliati da quello che si può
trovare oggi tramite un motore di ricerca come Google o Bing. Cinque
anni fa andai a cercare su Google (con scarsissime speranze di trovare
qualcosa) informazioni sulla meccanica e sulla tipologia di
componenti per un upgrade di un vecchio notebook di marca
semisconosciuta.
Ebbene in brasile c'era un tizio che aveva messo online addirittura
"le foto" di quel particolare notebook e dei sistemi per aprirlo ed
estrarre il processore. La interconnessione di centinaia di milioni
menti umane unite alla capacità dei computer di trattenere dati e
riproporli in "tempo reale" fa oggi di un motore di ricerca una
sorta di Oracolo divino al quale si può chiedere tutto,
persino i componenti di un farmaco raro, ottenendo una risposta
istantanea non riscontrabile anche nella più vasta enciclopedia
cartacea esistente. Questo è quel tipo di fenomeno per il quale
Arthur C. Clarke, compianto autore di 2001 Odissea nello Spazio,
affermava: « Ogni tecnologia sufficientemente
avanzata è indistinguibile da quella che un tempo veniva definita
magia ».
Nuove
interfacce uomo-computer
 |
Una delle
più evidenti limitazioni che ha oggi l'interazione uomo-computer
e che abbatte fortemente la velocità con cui il cervello umano
comunica con il cervello elettronico è nella immissione dei
dati. Tale immissione avviene infatti attraverso una
lentissima digitazione di caratteri su una tastiera e la
inefficiente selezione di file e programmi iconizzati tramite un
mouse.Volendo pensare ad un
sistema decisamente più efficiente per comunicare con i computer
ed interagire più rapidamente con i network questi dispositivi
dovrebbero essere abbandonati a favore di nuove interfacce.
Quali? Ad esempio si potrebbero usare dei guanti "Force
Feedback"(5) per immettere i dati su una console virtuale
proiettata da un visore direttamente sulla retina dell'occhio
umano. L'ambiente operativo visibile sarebbe completamente
tridimensionale e risulterebbe "navigabile" così come nella
realtà si esplora una città tramite una serie di strade
principali (le dorsali Internet) e relativi vicoli (le
sottoreti). Gli edifici sarebbero invece le relative
destinazioni, equiparabili quindi agli attuali siti web. Il
tutto sarebbe simulato con una grafica 3D |
ad alta
definizione che rende più rapida e "credibile" l'esplorazione. Uno
dei film di fantascienza che ha anticipato questo sistema di
interazione uomo-computer è Jonnhy Mnemonic, interpretato
dall'attore Keanu Reeves. Il film è del 1995 ed immagina la
interazione uomo-computer come potrebbe essere nel 2021 tramite un
terminale futuristico denominato VR3000. Tecnicamente questi nuovi
sistemi operativi, che manderanno in pensione gli attuali, sono
denominati "Multidimensional User Interface"
e sono già in progetto software specifici da parte di Apple e
Google.
La
sostituzione completa della tastiera prevede però che il computer
debba riconoscere perfettamente il parlato umano. In questo caso,
invece di battere le parole lentamente tasto per tasto, le
pronunceremo al computer che ce le scriverà sullo schermo 3D o
eseguirà gli ordini impartiti. Attualmente, date le limitazioni
cognitive dei computer, i software di riconoscimento vocale riescono
a riconoscere correttamente solo parole scandite perfettamente e
solo dopo un "addestramento" e comunque con il 5%
di errori di media, un rate poco accettabile. Dei software evoluti, basati su reti neurali, potranno
azzerare questo gap ed entro una decina d'anni avremo sicuramente
computer e palmari in grado di "ascoltare" correttamente la nostra dettatura.
Interfacciamento neurale: una prospettiva fantascientifica?
Una
volta realizzati sistemi di interazione più efficienti tra uomo
e computer, ad esempio interfacce retiniche o sistemi di interscambio dati migliorati come quelli visti nel
precedente paragrafo, quali avanzamenti cognitivi ulteriori
sarebbero possibili? La risposta è: quasi nessuno. Il limite sarà
stato raggiunto. Occorrerà a questo punto ideare nuove metodologie
per un più efficiente interscambio di informazioni tra il cervello
umano e i computer. Un sistema che recentemente è stato provato è
quello di collegare un chip VLSI Biomimetico all'ippocampo.
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L'
ippocampo è situato nella parte più interna del cervello e si è
recentemente scoperto il suo fondamentale ruolo nella formazione
della memoria associativa. Il ruolo dell'ippocampo nella
memoria associativa è quello di dare vita alla memoria di lungo
termine. Ad esempio, i ricordi di fatti, persone ed esperienze
della vita. Danni all'ippocampo portano alla perdita
irreversibile della capacità di trasformare la memoria a breve
termine in memoria a lungo termine. E' esattamente questo che
accade nella demenza senile. In un suo recente articolo la
giornalista scientifica Daniela Ovadia ha citato alcuni studi
che segnalano che la vera evoluzione dell'homo sapiens è
iniziata quando si è sviluppato l'ippocampo. Sono d'accordo con
questa teoria dato che in effetti le persone dotate di maggiore
intelligenza sono quelle che ricordano meglio e sanno integrare
meglio ricordi provenienti da fonti diverse. Inoltre gli animali
non sembrano particolarmente dotati in questa facoltà. |
Recenti studi sono portati avanti dal neurobiologo Theodore W.
Berger, direttore del centro di ingegneria neurale alla South
California University. Le applicazioni cliniche di impianti
biomimetici potrebbero essere quelle di ridare la facoltà di memoria
ai pazienti colpiti da un trauma al cervello, da epilessia e dal
morbo di Alzheimer. Un'altra e più fondamentale applicazione, della
quale non si parla nel sito di Berger, è però quella della
risoluzione del declino cognitivo dovuto
all'invecchiamento.
E non è una soluzione da poco
considerato che la maggior parte di tutti noi perde gran parte delle
facoltà cognitive invecchiando e incede nella cosiddetta "demenza
senile". Va tenuto infatti presente che la perdita di tali facoltà
equivale tout-court ad una morte anticipata. Se da vecchi perderemo
l'uso delle gambe ci basterà usare una carrozzella, se perderemo
l'uso della parola basterà interfacciarci a un computer per
comunicare, ma se
perderemo l'uso delle facoltà cognitive avremo perso la nostra
stessa essenza vitale, il nostro "IO", e non vi sarà più molta
differenza tra questo stato e la morte reale.
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Vediamo dunque
come Theodore W. Berger e la sua equipe progettano di
reingegnerizzare il cervello umano: per prima cosa essi hanno
studiato come le varie regioni dell'ippocampo reagiscono agli
stimoli di segnali in ingresso (input) e producono segnali in uscita
(output) atti a produrre un ricordo permanente nella memoria a lungo
termine. Di tali segnali è stato misurato il potenziale elettrico.
Quindi hanno diviso logicamente queste sezioni a seconda della
funzione: CA1, CA3 ecc. e creato dei modelli di funzionamento di
ognuna di queste attraverso un algoritmo matematico (Volterra
functional power series).
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In seguito
tutti questi modelli sono stati programmati in un chip
biomimetico (figura in alto a destra) in grado di riprodurli
artificialmente. Infine si è trattato di interfacciare gli
elettrodi del chip a delle sezioni dell'ippocampo. Per fare
questo l'ippocampo è stato affettato in varie slice (figura
in alto al centro).
Essendo che dei piedini di chip di
silicio non possono raggiungere in modo diretto sezioni di
materia organica Berger & Co hanno realizzato un array "neuron-silicon"
su una struttura che riusciva a contattare i neuroni ippocampali. Gli esperimenti sono stati condotti in particolare
su un topo a cui è stata rimossa la sezione CA3 del suo
ippocampo con il chip biomimetico. La misurazione delle
variazioni dinamiche dei segnali pre e post intervento hanno
fatto capire che il chip eseguiva bene il suo lavoro tanto che
il topo, sottoposto a comportamenti finalizzati per ricevere il
cibo e acqua |
tramite
pressioni di bottoni produceva una relativa memorizzazione di tali
comportamenti e tale memoria poteva essere registrata nel chip
biomimetico. Si può quindi definire questo animale il primo
brain-cyborg mai creato, ovvero il primo
esemplare di essere vivente con un chip innestato nel cervello
capace di integrare le funzioni mnemoniche del cervello organico. In
seguito gli sperimentatori hanno caricato diverse versioni del
software nel chip al fine di potenziare il meccanismo dei
ricordi. Ora, con un simile tipo di protesi le capacità cognitive di
un cervello organico umano verrebbero notevolmente potenziate in
quando verrebbe a cadere i "limiti di Katz" n.2, il n.3 e il n.6
trattati più indietro in questo articolo, ovvero quelli che riguarda
la memoria a lungo termine e la possibilità di richiamare i
ricordi e rielaborarli velocemente.
 |
Ciò pone
anche un problema inverso, di tipo etico, cioè se sia possibile,
tramite una protesi ippocampale, innestare ricordi in un
cervello biologico che questo cervello non ha mai registrato per
esperienza diretta dal mondo esterno, ovvero dei
ricordi fantasma che il
cervello ha ricevuto per una via "non naturale". E pensare che
Philip K. Dick nel suo romanzo "The Android Dream's of Electric
Sheep" del 1956 da dove venne tratto il famoso film
Blade Runner (1982), ipotizzò appunto che a degli esseri artificiali
androidi, detti "Replicanti", potessero essere innestati ricordi
umani fantasma nei loro cervelli artificiali. Ciò testimonia
senza dubbio l'assoluta genialità di questo autore di fantascienza, in
grado di precorrere davvero i tempi. Questo sistema, alla luce dei fatti è
davvero realizzabile e implementabile anche nel cervello umano
per coloro che in futuro vorranno comunicare con i computer in
modo più rapido ed efficiente rispetto alle pesanti limitazioni
che hanno oggi gli attuali sistemi di input/output che
consentono tale interazione. Potrebbe persino essere
realizzato un meccanismo inverso che consenta di
memorizzare su memorie artificiali (EEprom)
i ricordi naturali di un cervello umano. Certo essi non
sarebbero rielaborabili da un elaboratore elettronico ma
potrebbero essere messi in salvo da un eventuale degrado
dell'organo biologico. |
Conclusioni:
Tornando all'argomento di partenza vediamo che è in atto una sempre
più pervasiva interazione tra il cervello umano e i cervelli
elettronici e che per favorire questa interazione sono state
prodotte centinaia di migliaia di chilometri di linee dati che abbracciano in
una grande rete l'intero pianeta. Reti che, dove non arriva il media
fisico vero e proprio si estendono anche attraverso ponti radio
wireless e satellitari. A ciò va aggiunta la produzione massiva di
miliardi di software sempre più elaborati e in grado di rispondere
alle esigenze più disparate. A questa pervasività dei network si
aggiunge la sempre più stringente necessità di un migliore
interfacciamento tra il cervello umano e i cervelli elettronici.
Tra
i primi ad ipotizzare che in futuro una società tecnologica
avrebbe potuto trasformare interi pianeti in mega-elaboratori è
stato Nick Bostrom, direttore del Future of Umanity Institute presso
l'Università di Oxford. In effetti, a vedere cosa è stato prodotto
fino ad ora e cosa stiamo per progettare non si può che dargli
ragione. La risposta al "perché" ciò debba avvenire potrebbe essere
quella di ritenere che sia il naturale processo evolutivo darwiniano
a condurci e guidarci verso questo obiettivo. Vi è oggi una grande
sottovalutazione di questo problema, sia da parte delle istituzioni,
sia da parte dei singoli individui. E' probabile che in un futuro
non troppo remoto saranno in molti ad avere delle interfacce
avanzate con le macchine. Se questa affermazione può sembrare
utopica si pensi solo a cosa avrebbe pensato un uomo medio negli
anni '80 del fatto che oggi andiamo in giro con due videofonini a
testa che ci rendono reperibili 24 ore su 24 e permanentemente
connessi ad un network mondiale con il quale scambiamo continuamente informazioni
sotto forma di testi, immagini e video...
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Commenti:
Commento del prof.
Riccardo Campa: « Ci si chiede il "perché" o se è giusto
proseguire in questo sforzo di potenziamento cognitivo. A tale scopo
posso citare uno stralcio dal recente libro "Mutare o Perire": "Se
e' il senso comune stesso che ci dice che diventare più longevi,
intelligenti e forti è preferibile che rimanere allo stato attuale,
è d'altronde vero che non manca chi solleva il problema etico della
mutazione della natura umana. Questi è in genere definito un "bioconservatore",
perché vuole appunto conservare lo stato biologico attuale. Vi sono
tuttavia ben argomentate e autorevoli risposte a questo
atteggiamento. Secondo il sociologo Riccardo Campa, il
bioconservatore dimentica che siamo immersi da sempre in un processo
di evoluzione e, dunque, la natura umana e' qualcosa di
difficilmente definibile e da sempre in costante mutamento. Non
solo. Dimentica anche che molte delle caratteristiche attuali
dell’uomo derivano da scelte dei nostri predecessori di adottare
determinati modi di vita, soluzioni, e tecniche, a partire dalla
pietra scheggiata. Utilizzando strumenti da incisione, l’uomo ha
avuto sempre meno bisogno di unghie forti. Controllando il fuoco e
cuocendo il cibo, ha avuto sempre meno bisogno di una dentatura
possente, dando la possibilità al cervello di occupare porzioni
crescenti della scatola cranica a scapito della mandibola.
Migliorando le armi da taglio e' entrato in possesso di pellicce che
hanno gradualmente reso superfluo il pelo per proteggersi dal
freddo. Costruendo ripari, piuttosto che limitarsi ad utilizzare
quelli esistenti in natura, ha colonizzato ambienti diversi, con
climi diversi, che hanno poi retroagito ulteriormente sul suo
fenotipo e genotipo.
Ogni nuova tecnologia
ha retroagito sulla natura umana. Quindi la natura umana non e' un
dato, ma un prodotto della tecnica, forse prima ancora che
dell’ambiente. Dunque, non e' solo il mutamento dell'uomo alla base
del progresso della tecnica. Ma vale anche il discorso opposto: la
tecnica e' alla base del mutamento dell'uomo. Da sempre. Così,
prosegue Campa: "Non e' vero che l’uomo di oggi, l’uomo postmoderno,
piombato nel nichilismo dei valori, avendo rinunciato alle proprie
radici cristiane, ha deciso di trasformare se stesso con la tecnica,
seguendo un semplice capriccio, magari perché si annoia. L’uomo ha
sempre mutato se stesso con la tecnica! Lo ha sempre fatto, negli
ultimi quattro milioni di anni. La differenza e' che ora ha preso
coscienza del processo e si chiede se non sia più consigliabile
farlo in modo razionale e consapevole". » Stralcio da: (R. Campa,
Mutare o perire. La sfida del transumanesimo, Sestante Edizioni,
Bergamo 2010: p. 292)
Campa fa anche notare:
"Va sempre bene citare Nick Bostrom. Tuttavia, mi pare che il primo
ad ipotizzare che una società tecnologica potra' trasformare interi
pianeti in mega-elaboratori e' stato Hans Moravec, nel libro Mind
Children.
http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Moravec_Hans "
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Note:
(1) - E' accaduto in
un ufficio distaccato dell'ente presso quale lavoro che dei ladri
rubassero tutta la fornitura di 10 computer nuovi, installati
da un paio di mesi. Riposizionammo sulle scrivania dei computer di
due generazioni precedenti, destinati alla rottamazione e prelevati
da un vecchio magazzino. Dopo una settimana gli utenti
riuscivano a svolgere il 95% delle loro normali operazioni.
(2) - Con ciò non
voglio affermare che un semplice personal computer o una rete di Pc
possa condurre alla depressione i suoi utilizzatori. Però, come
vedremo nel seguito, la stringente necessità di aumento della
potenza cognitiva a cui portano i network di computer estesi
sull'intero pianeta porta il cervello dell'essere umano, che ad essi
è permanentemente connesso, a sostenere uno sforzo cognitivo davvero
elevato (fare sempre di più in meno tempo vuol dire pensare più
velocemente), sforzo per cui il cervello biologico non è predisposto
da un punto di vista genetico in quanto evolutosi per far fronte a
compiti completamente diversi.
(3) - Nel 1956 viene
realizzato il primo programma di Intelligenza Artificiale su un
computer. Nè è l'autore Herbert Simon, il quale realizza un software
capace di far dimostrare teoremi di logica ad un elaboratore
elettronico emulando le capacità di matematici umani.
(4) - Sono stato
costretto a coniare il termine perché sul web non ho trovato
riscontri a questa figura, il termine associato HCI (Human Computer
Interaction) è infatti relativo alla gestione e progettazione della
interfaccia tra uomo e computer, non all'insieme di potenzialità
cognitive che tale coppia produce.
(5) - Il Force
Feedback (ritorno di forza) è un sistema attuato sui joypad delle
console Playstation di Sony e Xbox di Microsoft che consente di
trasmettere, tramite vibrazioni più o meno intense, all'utilizzatore
del videogioco 3D le sensazioni di urto, caduta, sfregamento ecc. Si
pensi ad esempio ad un game di gara automobilistica nel quale l'auto
salta su un cordolo (vibrazione leggera) o sbatte su un guardrail
(vibrazione da contraccolpo).
Fonti:
